
7 Novembre 2026
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La contraddizione è tremenda: temiamo la morte senza amare la vita. Dentro una cultura che con l’aborto nega la vita e con il suicidio assistito rende quasi romantica la morte. Si ha l’impressione di una società abitata da persone che sono vive soltanto perché non sono ancora morte, come se la vita non fosse altro che la cornice del morire. Guardando dalla luna, ossia da un’osservazione esterna, la vita sembra oggi una sospensione temporanea della morte, così come la felicità. Una folgore che sparisce dopo il rumore del tuono, come l’effetto di uno stupefacente, come un fiore, fra tanti, che appassisce nel giro di ventiquattro ore.
Questa contraddizione del timore della morte senza amore per la vita la si può riscontrare in diversi aspetti della quotidianità. Ci sono genitori ed educatori con l’ossessione nevrotica che i loro figli muoiano prematuramente, ma non si preoccupano più di tanto di trasmettere loro il senso ed il gusto della vita. Ci sono coloro che si illudono di ingannare il timore della morte con la droga e il divertimento spasmodico distruggendo di fatto la loro esistenza. Altri che, sopraffatti dal pensiero della loro fine, smettono di agire, progettare, sfidare le difficoltà, rinchiusi nell’arido “qui e ora”.
Come può esserci spazio di desiderio nel cuore dell’uomo, se il destino della vita è la morte? Se il destino è la morte, se l’orizzonte è la morte, allora si preferisce soffocarlo, drogandolo di immediatezza effimera: «Tutto subito e poi il nulla». A che serve, infatti, un desiderio di infinito e di eternità se siamo rinchiusi nel perimetro del morire? Non vale la pena neanche vivere spasmodicamente l’attimo fuggente se poi hai davanti il nulla.
Don Giussani citava una lettera inviata, al settimanale Epoca del 15 gennaio 1961, e la risposta del direttore Augusto Guerriero.
«Mi rivolgo a Lei, come all’unico che possa aiutarmi. Nel 1941 a soli diciassette anni presi sul serio lo slogan “fascista perfetto, libro e moschetto” e lasciai la casa e gli studi, arruolandomi nei Battaglioni M. Combattei in Grecia contro i partigiani, fui ferito, poi catturato dai tedeschi e tradotto prigioniero in Germania… Ripresi gli studi, mi diplomai e trovai un piccolo impiego… Ora però il male fa progressi ed io sento che mi sta trascinando verso la fine. Di giorno mi distraggo cercando di vivere intensamente. Ma, di notte, non riesco a dormire ed il pensiero che fra poco non sarò più mi fa sudare freddo. A volte mi sembra di impazzire».
Risponde Augusto Guerriero: «Ma mi dica: che posso fare per lei? Scriverle una lettera? E a che può servirle una lettera? Io non scrivo che di politica e a che servirebbe che le scrivessi di politica? A lei bisognerebbe parlare di altre cose ed io non scrivo mai di quelle altre cose, anzi non ci penso ed è appunto per non pensarci che scrivo di politica e di faccende di cui, in fondo, non mi importa niente. Così riesco a dimenticare me stesso e la mia miseria. Questo è il problema: trovare il modo di dimenticare se stessi e la propria miseria».
Credo che quella lettera e quella risposta condensino le contraddizioni dell’oggi.

