Il venerdì santo, nella preghiera universale, abbiamo pregato così: Dio onnipotente ed eterno, sapienza che regge l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera e custodisci con la tua bontà il Papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede.

“Il Papa che tu hai scelto per noi” èla sintesi perfetta di quello in cui noi crediamo. Papa Francesco in questi dodici anni è stato il dono che Dio ci ha fatto. Lui e non un altro; un dono come lo sono stati tutti gli altri che l’hanno preceduto e come saranno gli altri che lo seguiranno. Un dono che abbiamo accolto come pastore della Chiesa universale perché progredissimo nella fede.

Stasera siamo qui per questo. Lo affidiamo nell’ultimo passaggio terreno al Dio della vita in pienezza, che lui ha annunciato e testimoniato come Servo dei servi, formula antichissima per definire il Papa. Gli siamo grati per ogni parola che ci ha donato e per i gesti compiuti, che rappresentano il testamento del suo servizio. Rimarrà indimenticabile, come ho già avuto modo di dire, per il suo stile evangelico, l’apertura di cuore e lo sguardo profetico.   

Importante una premessa: il Papa, chiunque sia, non potrà – se manca una visione di fede – convincere tutti. Se infatti non verrà considerato un dono di fede entrerà nel meccanismo “mi piace, non mi piace”, tanto caro agli esteti della comunicazione superficiale o ai credenti senza fondamento. Francesco non è stato esentato da questa procedura interpretativa, sottoposto, da una parte, a grandi attenzioni e considerazioni positive – anche dei non credenti – e dall’altra, a non poche insoddisfazioni, perfino contestazioni, da parte di altri, compresa una porzione di credenti.    

Lo stile evangelico
Certamente è stato, anche come strategia, un uomo allergico ad ogni apparato, essenzializzando il suo compito perché voleva che apparisse chiaro che era il Vangelo a guidarlo. Da qui anche la scelta del nome. Per questo è arrivato al cuore delle persone, senza sovrastrutture, e avendo come obiettivo un annuncio credibile e vicino alle persone. 

Un esempio lo trovo cercando il fondamento delle sue riforme, in particolare in una che ha coinvolto entrambe le Diocesi.  Quando infatti, insieme a Mons. Mosè, decidemmo di dare inizio al tribunale interdiocesano Nuoro-Lanusei, in seguito alla riforma di papa Francesco del processo canonico matrimoniale, mi inviò una lettera autografa, il 10 maggio 2016, scrivendo tra l’altro: Le belle notizie che lei mi comunica manifestano quanto sia stato compreso l’autentico spirito della nuova normativa che potrà fare tanto più bene se tradotta in concreti progetti pastorali, affinché nessun battezzato, che ha sperimentato il fallimento del proprio matrimonio, si senta escluso dalla Chiesa. Le sue attente considerazioni sono segno di sincera adesione al ministero del Successore di Pietro, ma soprattutto di sollecitudine per il bene spirituale dei fedeli, che attendono con fiducia la carezza materna della Chiesa.

Questa premura pastorale, questa carezza che esprime attenzione e sensibilità, manifestano la sua costante vicinanza alle persone concrete, che per lui sono state un riferimento essenziale per decifrare la realtà e per sperimentare una Chiesa che sa stare dentro il tempo, rimanendo fedele al vangelo. Questo è stato lo stile di Francesco, che ha scosso e anche turbato la Chiesa. Ma sempre dono, per chi legge tutto con fede. 

Venni anche colpito, dopo alcuni anni di pontificato, nel leggere il commento di un suo accanito oppositore, che all’inizio si aspettava un altro Papa e poi cambiò idea. Dopo aver visto in un viaggio, scrisse: «È accaduto qualcosa, per me inaspettato (…). Francesco, ora, mi appare proprio il Papa necessario; quello giusto in questi tempi di umanità devastata, dove il cristianesimo deve ricominciare senza difendersi, disarmato, abbattendo i propri bastioni, come testimonianza». E aggiunse: «Da quel momento ho lasciato che immedesimarmi con i suoi gesti e le sue parole sbriciolasse il pregiudizio e la pretesa di correggere la Provvidenza». 

Proprio correggere la Provvidenza, o interpretarla a piacimento, rimane una delle nostre tentazioni più grandi!

Chi ama il vangelo di Gesù sperimenta ogni giorno che, nonostante questo mondo appaia “immodificabile” – basti pensare alle guerre e al prevalere degli individualismi personali e nazionali – non bisogna arrendersi allo scetticismo, ma immettere in esso anche solo poche gocce evangeliche, facendo ogni giorno, semplicemente, quello che si può fare, senza attendere che si modifichino le situazioni globali. 

La voce del Papa ha immesso in questo mondo – penso a temi quali la custodia del creato, la pace e le migrazioni – un’impostazione alternativa, diversa dalla mentalità corrente, generativa perché capace di produrre frutti di vangelo, anche quando il mondo continua a scegliere strade sbagliate. Per questo Francesco non sempre è stato capito, accusato addirittura – paradossalmente – di allontanare le persone dalla fede, solo perché parlava con parole evangeliche. 

L’apertura di cuore
Non è sbagliato, se vogliamo usare uno slogan, definirlo il Papa della misericordia. Basti pensare alla sua insistenza sul tema della tenerezza. La misericordia come stile, non solo come atteggiamento spirituale personale. Su questo credo che abbia sofferto le maggiori incomprensioni, perché questo atteggiamento scandalizza una certa maniera di pensare, che più o meno dice: ma se tutto è perdonato perché vivere con comportamenti di giustizia, riconciliazione e di pace? E ancora: Se non c’è il timore della pena e del castigo, cosa farà la gente della propria libertà? 

Su questo tema, come su altri, giusto ribadire che il Papa non ha toccato nessun dogma, non ha modificato le fondamenta della fede, né ha chiesto a noi di cambiarle. Papa Francesco non solo non ha mutato nulla della dottrina, ma probabilmente è stato un uomo della tradizione cattolica più schietta, che per molti aspetti condivide posizioni, su alcuni temi, che si richiamano ai cosiddetti conservatori. E ritorna la domanda: perché, se è così, tanta acredine da parte di alcuni e una sorda opposizione da molti altri?

Forse perché non volendo mai cambiare la dottrina ha, per molti versi, cambiato il papato. Il modo di viverlo e di comunicarlo, soprattutto con il linguaggio e con i gesti. Che ne fanno un innovatore, e con un’attenzione ai tempi invidiabile. 

Lo sguardo profetico
Chi verrà dopo di lui non potrà non tenerne conto. Quando ad esempio ha chiesto alla Chiesa di avviare un cammino sinodale, non ha immaginato certo una verniciatura di ciò che sta invecchiando. Ha piuttosto immaginato un recupero di radici dimenticate, tra le quali l’ascolto dei laici, dando ad essi parola, perché tutti i battezzati sentissero di avere nella Chiesa diritto di cittadinanza. Anche nel chiamarli a partecipare ad alcune scelte ecclesiali, non voleva certo smentire o addirittura eliminare – come talvolta è stato accusato – il ruolo della gerarchia! 

E quando ha parlato di una Chiesa che oggi ha una nuova missione da compiere, mettendosi quindi in uscita, l’ha detto perché nuovi percorsi di evangelizzazione, anche assumendo dei rischi, sono sempre più necessari in un tempo secolarizzato e sterile. Meglio una Chiesa incidentata che ingessata, ha scritto e detto tante volte. 

Ovvio che i contraccolpi non siano mancati, anche perché Francesco non ha solo detto, ma ha anche voluto dimostrare, che la trasmissione della fede non può essere la ripetizione di quello che si è sempre fatto. 

Ogni Papa lascia certamente anche luci e ombre perché, grazie a Dio, l’incarico che gli viene affidato è sempre vissuto da una persona umana, anche se con un compito divino. 

La Chiesa di oggi le deve molto, quella del futuro non potrà fare a meno di molti suoi orientamenti. Perché la Chiesa cammina così, e gli oltre duemila anni di storia lo dimostrano.  

Personalmente gli sono grato per avermi chiamato all’episcopato, e sono felice di avere servito la Chiesa con lui in questi anni. L’ho incontrato l’ultima volta al Sinodo dei Vescovi, nell’ottobre scorso, dove mi aveva convocato sorprendentemente. L’ho ammirato nella sua capacità di ascoltare tutti, quasi devotamente; ma anche per la sua capacità, negli incontri personali, di avere uno sguardo che coinvolgeva, anche solo con una battuta, e sempre col sorriso. Nonostante gli acciacchi fossero sempre più evidenti.

Ora preghiamo non solo per lui, ma con lui, affinché i cardinali eleggano il Papa che lo Spirito ha scelto per noi. Sarà ancora una volta un dono, da accogliere e da amare.  

Il Vescovo Antonello alla Veglia per il Papa in Cattedrale