
8 Gennaio 2026
4' di lettura
Passare attraverso la storia, non solo ecclesiale, leggendola con gli occhi della fede. Un compito che L’Ortobene ha portato avanti con passione e dedizione in questi primi cento anni.
Rileggere questo percorso non è solo doveroso ma anche profetico. Memoria e futuro si rincorrono senza ostacolarsi, ed entrambe offrono occasioni per interpretare il passato e illuminare quanto può avvenire.
Oggi possiamo confermarlo: non si arriva al traguardo dei cento anni per forza d’inerzia. Piuttosto è una storia costruita dalla mente e dal cuore di persone concrete e comunità, con ruoli e competenze, responsabilità e risorse che si richiamano le une alle altre, fino a rappresentare un mosaico di perseveranze.
Al centro del mosaico ci sono i Vescovi – ad iniziare dal fondatore Monsignor Maurilio Fossati – i direttori e le redazioni, quanti hanno scritto anche solo occasionalmente, offrendo riflessioni, inchieste e cronache e, non certo ultime – indiscutibilmente straordinarie – le delegate e i delegati delle parrocchie. Nel mosaico, ogni lettore merita un tassello, un riconoscimento. L’Ortobene è una tradizione di famiglia, uno stile per vivere la Chiesa e la società in questo territorio. Ogni copia crea un incastro, producendo un legame.
Il 1926 fu un anno storicamente pesante, con diverse contraddizioni che prepararono in Europa i passaggi verso i futuri conflitti. In Italia ci fu l’inizio della dittatura fascista. Un appassionato di giornalismo come il Vescovo Maurilio, vide L’Ortobene come uno strumento necessario per parlare del tempo della Chiesa e, nella Chiesa, di come affrontare i tempi che si stavano delineando. Fu un’intuizione straordinaria, che causò da subito incomprensioni, fatiche, censure, ma anche coraggio e determinazione evangelica. Con fierezza, diciamo oggi, che ne valse la pena.
Sempre oggi, rinnoviamo, in un contesto culturale, sociale ed ecclesiale che non si è fermato – anzi è cambiato totalmente – l’importanza di avere come riferimento un settimanale come L’Ortobene. Esso può continuare a generare quel senso di appartenenza che nella Chiesa non è una tessera che si può stracciare, ma un’identità che passa dal sentirsi in comunione. Che ha il suo primo fondamento nel battesimo.
Può un giornale diocesano rappresentare questo camminare insieme come cattolici nel nostro territorio? Credo fermamente di sì.
Dalle piccole comunità alle grandi, chiunque svolga un ruolo ecclesiale e sia partecipe dell’annuncio del Vangelo si senta corresponsabile del proprio settimanale. Ma anche chi guarda alla Chiesa dall’esterno, cioè sulla soglia come si usava dire, merita uno strumento di dialogo e d’incontro con le proprie domande sulla fede e sulla vita; merita che L’Ortobene rimanga aperto, stimolante e provocatorio. Mai cronaca senza storia, mai storia senza trovarvi un senso.
Se è vero che i tempi non sono quelli di decenni fa, e altri mezzi comunicativi sono cresciuti notevolmente, invito questa Chiesa a conservare la fierezza di custodire questo nostro settimanale, incoraggiandone la diffusione e migliorandolo col proprio apporto, ma anche critiche costruttive. Potremo essere così sempre fedeli ma anche innovativi.
Ringrazio il direttore e l’attuale redazione per il loro perseverante impegno, per l’amicizia che manifestano verso la Chiesa sulla carta stampata e, sempre di più, anche sul digitale.
Aiutiamo i nostri attuali lettori, e quelli che verranno, a credere che la presenza della Chiesa, anche con questo strumento, è una compagnia per attraversare con passione la storia personale, ecclesiale e sociale. Sempre con perseveranza.
