L’Italia è un paese in perenne campagna elettorale. Si vota per comuni, città, regioni, elezioni europee ed infine politiche. Ogni consultazione viene letta in rapporto alla maggioranza che sta al governo nazionale o alla sua opposizione. E ogni giorno c’è un sondaggio sullo stato di salute dei partiti. Una valanga di dichiarazioni, interviste, comunicati stampa, insulti, insinuazioni su tutto e su tutti. Può succedere un terremoto, un’alluvione, il troppo freddo o il troppo caldo, una crisi internazionale o energetica: il problema diventa “di chi è la colpa?”. “Io ho la bacchetta magica e tu no”.  L’obiettivo è creare, manipolare, indirizzare, lusingare il consenso ossia il voto popolare. Non c’è un orizzonte largo, uno sguardo verso il futuro: tutto è misurato sul prossimo appuntamento elettorale, sulle decisioni di corto respiro. Rinviate a non si sa quando le necessarie scelte strategiche e riforme.      

Una democrazia vera vive di consenso e di competizione leale, ma un paese non può essere governato sotto dettame del calendario elettorale. Così facendo non si è capaci di assumere decisioni sulla sostenibilità dei conti pubblici, produttività, competitività industriale, infrastrutture, energia, sanità, lavoro e welfare. Decisioni i cui risultati non si vedono subito, riforme i cui benefici non sono immediati. Si preferisce privilegiare ciò che produce un risultato elettorale immediato rispetto a ciò che mira ad un risultato duraturo. 

Non sempre una decisione che ha il consenso elettorale è giusta ed una impopolare sbagliata. Bonus, riduzioni fiscali, incentivi, mancette, reddito di cittadinanza, le famose brioches di Maria Antonietta d’Austria trovano vasto plauso. Le riforme strutturali, al contrario, suscitano alzate di scudi. Soprattutto sono impopolari quelle misure che nel presente richiedono sacrifici per produrre benefici nel futuro. La gestione del debito, l’utilizzo delle risorse europee, gli investimenti infrastrutturali, la trasformazione del sistema produttivo non possono restare in balia di una perenne campagna elettorale, rimandando a chi viene dopo la responsabilità delle proprie inadempienze.

L’ossessione del consenso porta a stravolgere anche il passato. Emma Bonino, da morta, è diventata la diva di tutti i partiti. Lasciamo stare aborto e divorzio ma altre sue campagne politiche sono state avvolte dall’oblio da parte di chi oggi l’esalta: l’abolizione del sostituto di imposta per i datori di lavoro; il non rinnovo automatico dell’iscrizione al sindacato; la responsabilità civile dei giudici; libertà contrattuale individuale ecc. Se si arruolano elettoralmente i morti figuriamoci i vivi.   

Una democraziaha bisogno di elezioni e non sarebbe più democrazia senza di esse. L’economia, la sanità, le politiche sociali hanno bisogno di programmazione. Cosa che non è realizzabile se ogni giorno di legislatura diventa una prova generale delle successive elezioni. E così succede che ogni ministro della pubblica istruzione fa la sua riforma della scuola; ogni ministro delle finanze dispensa i suoi bonus; ogni dicastero fa le sue leggine. Tutte cose da abrogare o procrastinare dopo il prossimo giro elettorale. Esempio pratico: il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 è stato finanziato introducendo una specifica parte di accisa sui carburanti, pari a 0,02 euro al litro. Tale accisa c’è ancora con buona pace di sindacati e politicanti che si stracciano le vesti per il costo dei carburanti. In questo modo non si governa l’oggi, figuriamoci il futuro.