
22 Ottobre 2026
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Nel buio della sala molti occhi brillavano. Non capita quasi più di commuoversi davanti ad un film ma è impossibile trattenersi di fronte alla storia di Beniamino Zuncheddu portata sul grande schermo dal regista Francesco Piras, al suo primo lungometraggio. Zustìssia è un film necessario: lo è anzitutto perché rende giustizia alla verità, ricostruendo una vicenda umana e giudiziaria con chiarezza e precisione. Lo è ancora perché restituisce la dimensione di una dignità che né la cattiveria umana, né le privazioni della detenzione sono riusciti a scalfire. La scelta della regia di indugiare spesso su primissimi piani dei protagonisti rende plasticamente questo concetto, come a dire di una verità che si legge nello sguardo di Beniamino (interpretato magistralmente da Fabrizio Ferracane), di sua sorella Augusta (una intensa Laura Mura), dell’avvocato Mauro Trogu (un Michele Riondino centratissimo e agguerrito) e sua moglie Elisa (una dolce Paola Giannini) ma anche delle altre persone che hanno avuto un ruolo fondamentale in questa storia, la Procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni (interpretata da Philippine Leroy-Beaulieu) e la garante dei detenuti ed esponente del Partito Radicale Irene Testa (impersonata da Geppi Cucciari), Jacopo Cullin (nei panni del consulente dello studio legale Simone Montaldo).
In anteprima nelle sale sarde prima dell’uscita italiana prevista per il 15 ottobre, Zustìssia ha fatto tappa anche a Nuoro, al Multiplex Prato, dove sono intervenuti al termine della proiezione di sabato 10 ottobre il regista e gli attori, insieme a Beniamino Zuncheddu.
«Abbiamo tentato di mettere dentro un film quello che è stato tolto a Beniamino – ha detto Francesco Piras -. Lui gli ha 62 anni e questo è il primo film che ha visto in tutta la sua vita. Zustìssia – ha proseguito il regista – mette assieme elementi contrapposti: l’ingiustizia di un sistema e un concetto invece alto di giustizia che appartiene ai protagonisti di questa storia. Quando ho incontrato Mauro Trogu mi ha raccontato che questi anni di lotta hanno avuto tanti momenti di interruzione in cui si è trovato davanti a un muro che sembrava invalicabile e nei quali sembrava che tutto si fosse fermato; eppure c’era sempre qualcuno che ha fatto sì che il muro crollasse e si potesse andare avanti. Mauro ed Elisa hanno chiamato tutto ciò “la costellazione di Beniamino”, il film spero faccia parte di questa costellazione. Adesso anche il pubblico dovrà essere parte del nuovo destino di Beniamino. Lo Stato non potrà mai restituire quello che è stato tolto a un uomo per 33 anni. Si dovrà prendere le responsabilità con il risarcimento dovuto, ma niente potrà colmare questa lacuna. Raccontare questa storia con questo film è un piccolissimo risarcimento che noi cominciamo a fare: raccontare la verità, restituirla alla società civile, alla comunità» – ha concluso il regista. Per questo Zustìssia è un grande atto politico, oltre che artistico. È c’è anche un significativo cenno alla fede, alla Santa degli impossibili, Rita, che si festeggia il giorno del compleanno dell’avvocato Trogu.
Fabrizio Ferracane si è detto onorato di aver fatto parte del progetto: «Sono felice all’ennesima potenza di essere stato Beniamino Zuncheddu al cinema. Lo ringrazio perché ci ha insegnato l’amore verso se stessi. Se non lo si ha si rischia di cadere, magari qualcun altro poteva lasciarsi andare o decidere di farla finita. Lui no, grazie all’amore per se stesso, per la famiglia, per la comunità e per la sua terra. È stato un insegnamento enorme».
Michele Riondino ha impersonato l’altro grande protagonista della vicenda, l’avvocato Mauro Trogu che pro bono aveva deciso di occuparsi del caso fino ad ottenere la revisione del processo e la libertà per il suo assistito. «È stato un lunghissimo viaggio – ha raccontato l’attore -, per quanto mi riguarda anche di formazione perché ho imparato molto, anche i meccanismi della giustizia, i processi, le lungaggini. E l’ho imparato grazie a Mauro, che oltre ad essere un professionista con i fiocchi è anche un uomo molto generoso. Questo – ha proseguito – è un film che deve far pensare molto sulla capacità che ognuno di noi deve maturare per poter esprimere un parere, anche un giudizio. Nel 1991 Beniamino era su tutti i giornali ed era già condannato prima del processo: è importante riflettere su come molto spesso non solo i giudici ma anche noi, opinione pubblica, ci mettiamo un attimo per emettere un verdetto».
«Partecipare a questo film – ha detto Laura Mura – mi ha fatto sentire come tutti noi fossimo veramente importanti, pensavo sarebbe potuto essere un piccolo risarcimento. Sia io che anche tante altre persone non abbiamo recitato perché abbiamo da subito sentito profondamente nostra questa storia, le nostre lacrime erano vere».
L’avvocato Trogu, da parte sua, ha voluto ringraziare Nuoro che fin da subito ha mostrato grande interesse per la vicenda (qui è stato presentato anche il libro Io sono innocente, da cui il film è tratto) a cui è stata dedicata anche una serata della Pastorale del turismo a La Caletta.
Beniamino, sorridente, a proprio agio nella sua meravigliosa semplicità accanto agli attori, ha risposto alle domande del pubblico. «Signor Beniamino – ha chiesto una donna – qualcuno le ha mai chiesto perdono?»: «No, nessuno». «Crede nella giustizia?» – ha domandato uno spettatore: «È una parola troppo grossa, ci credo perché non tutti sono cattivi come nel ’91». Infine un bambino: «Come ti sei sentito quando sei uscito di prigione? Era tutto diverso, tipo la gente usava gli smartphone»: «Per me è stato difficilissimo, non ho conosciuto l’Euro, solo quando sono uscito. Adesso sto imparando piano piano a usare il telefono».
Un ultimo grande merito del film, va sottolineato, è di aver fatto luce anche su un sistema investigativo, quello del giudice Lombardini e dei suoi uomini, che ha lasciato sul campo tante vittime innocenti. Beniamino, per fortuna, ha trovato chi lo salvasse da questa fine.
