La domanda è più o meno sempre quella: chi ha vinto realmente? Ma a volte è una domanda mal posta, o almeno senza una risposta chiara. Se la domanda è legittima dal punto di vista giornalistico e del cittadino comune, lo è meno una risposta priva dei necessari accorgimenti scientifico-analitici. Le elezioni comunali del 7-8 giugno in Sardegna vedevano infatti coinvolti 148 comuni. Di questi, solo 3 (Quartu Sant’Elena, Porto Torres e Sestu) superano i 15.000 abitanti (e quindi, per le leggi elettorali attuali, la possibilità di collegare ad un candidato sindaco più di una lista e la possibilità di eventuale secondo turno due domeniche dopo qualora non si raggiunga il 50% più uno dei voti validamente espressi per nessuno dei candidati). E qui c’è già una prima particolarità: due comuni al di sotto dei 15.000 (Tempio Pausania e Sanluri) e che quindi in teoria dovrebbero seguire le regole elettorali previste per quei comuni, si comportano invece come quelli superiori in quanto comuni capoluogo di provincia (Gallura e Medio Campidano, rispettivamente). Infatti, proprio Tempio Pausania sarà l’unico comune ad andare a ballottaggio tra i primi due candidati (sui cinque totali) il 21 giungo prossimo. Tutti gli altri quattro (compreso Sanluri, che aveva solo due candidati e quindi evidentemente il vincitore raggiunge più del 50% già al primo turno) hanno chiuso la partita. Su questi comuni è possibile fare una prima analisi politica. In due comuni ha vinto una coalizione di centrosinistra sulla stessa stregua della maggioranza regionale, seppur con alcune particolarità locali (Quartu e Porto Torres), mentre nei due restanti una coalizione di centrodestra (Sestu e Sanluri, ultimo comune questo dove il candidato vincente ha registrato la percentuale maggiore, 73,4%). In tutti e quattro i casi si tratta, praticamente, di riconferme per la coalizione uscente. Da questo dato non si può trarre assolutamente una valutazione politica definitiva su come stia la maggioranza di governo regionale attuale o se stia meglio – politicamente parlando – la minoranza. 

Ciò che conta, invece, sempre da un punto di vista analitico, è piuttosto un altro dato, che a questo punto si lega ai comuni inferiori ai 15.000 abitanti, ovvero la stragrande maggioranza di questo turno elettorale: hanno rivinto i sindaci uscenti. In Sardegna, regione che dal punto di vista elettorale fino a questo momento ha registrato un’alternanza perfetta tra governi di centrodestra e di centrosinistra, gli elettori locali hanno sperimentato un’altra opzione: la riconferma (in larga parte) dei sindaci uscenti. Questo è il dato politico più rappresentativo e che in una certa misura sovverte quanto avvenuto a livello nazionale, dove centrodestra e centrosinistra si sono vicendevolmente “sottratte” una decina di città a testa. Si commetterebbe, però, un errore se si leggesse tale dato in modo cumulativo e non invece nella sua scomposizione a livello locale. In questo ultimo senso, il dato incontrovertibile è uno, ovvero che i cittadini, come poche altre volte, hanno dimostrato di gradire l’operato amministrativo dei sindaci e giunte ripresentatisi, visto che, in tanti comuni, si sono presentati candidati sindaci che provenivano da giunte e maggioranze consiliari uscenti. È importante tutto questo, perché, seppur relativamente bassa (il 59,6% in tutta la Sardegna), la percentuale dei votanti è comunque salita rispetto a cinque anni fa e poteva essere anche più bassa, secondo alcune altre previsioni. Questo dimostrerebbe che, per quanto non più ai livelli di qualche decennio fa, vi è ancora una certa vitalità politica in Sardegna. Solo un comune (Bidonì) non ha registrato alcuna lista e in una buona parte di piccoli e piccolissimi comuni era presente almeno una lista (con l’eccezione significativa di Torpé, con ben quattro candidati per meno di tremila abitanti), segnale che comunque le comunità tengono ad autoamministrarsi. E di questi tempi, per la politica, tale segnale è già importante di per sé.   

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