La preghiera della Chiesa, che attendeva il nuovo Papa dopo la morte di Francesco, è stata esaudita giovedì 8 maggio con l’elezione di Leone XIV. Sarà lui a guidarci come Pastore, facendoci sentire parte di un’unica Chiesa, romana e cattolica, cioè universale. La Chiesa di Cristo, ben presente nel suo motto episcopale: In Illo, uno unum (Nell’unico Cristo, siamo uno).

Robert Francis Prevost si è presentato a tutti noi con mitezza e fermezza insieme. E con un pò di emozione genuina, non trattenuta. Le espressioni del volto e i gesti, con le parole di saluto – tra l’altro scritte e quindi meditate – esprimono una particolare sintonia con la sua storia di presbitero e di Vescovo.

Ora evitiamo di mettergli la casacca di conservatore o di progressista, tipico sport di quelli che credono… nelle proprie idee, e non in quelle dello Spirito, ma certamente le prime parole, con il saluto di pace del Risorto, risuonano amabili e rassicuranti, anche quando chiedono «una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Chi parla con le parole di Cristo è sempre disarmato perché libero, ed è disarmante, perché solo Lui può far cadere le armi dalla mano dei violenti. Oltre all’umiltà, l’appello utilizza la parola perseverante, che sarà forse un termine chiave del pontificato di Leone. Così come l’impegno di essere «una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore».

Felice che abbi ricordato con un grazie Papa Francesco, perché non possiamo dividerci ricordando un Papa a scapito dell’altro, così come è apparso opportuno il riferimento alla Chiesa sinodale, che alcuni pensavano di poter seppellire insieme al defunto Francesco. 

Della sua biografia colpisce l’essere stato per vent’anni in missione in Perù e i suoi studi in Diritto canonico. Non un’antitesi, ma una sintonia tra la missione della Chiesa, chiamata a recuperare l’urgenza della trasmissione della fede in ogni angolo della terra, compreso il nostro, e la necessità di punti fermi, di riferimenti canonici che offrano chiarezza e modalità pastorali. Papa Francesco ci ha lasciato come eredità molte intuizioni e diverse prospettive, ora è forse il momento che la Chiesa, che sempre cammina nel tempo, ne recuperi i fondamenti e ne valorizzi le certezze. L’agostiniano Leone XIV, quando dice: «Con voi sono cristiano e per voi Vescovo», ci riporta alla comunione essenziale tra i credenti, ma non evita di assumersi la responsabilità affidatagli dallo Spirito, come successore dell’apostolo Pietro. 

C’è una poesia di Gioachino Belli, Er passa-mano, che ritorna spontaneamente in mente, nella quale espone con semplicità il significato teologico del ministero di Pietro nella Chiesa. Il poeta – ed è un paradosso di fede – dice che quelli che nascono e diventeranno papi non hanno una loro anima, perché a loro è riservata l’anima di San Pietro, che migra in tutti i suoi successori. Ognuno con le proprie caratteristiche umane e visibili, ma l’anima è quella di Pietro. 

Una bella intuizione, tutta romanesca, ma che manifesta che nella successione storica di persone diverse, permane il mistero unico di uno, Pietro appunto, la pietra su cui è costruita la Chiesa. A dimostrazione, ancora una volta, che questa istituzione da oltre duemila anni, non è solo umana, ma in ultimo chi la regge è il Signore, lo Spirito Santo. E questo ci rasserena e ci incoraggia.