
30 Ottobre 2026
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«Bisogna ascoltare i giovani». Una bellissima frase, anzi un capolavoro dell’ovvio, una cantilena declamata dei nostri intellettuali da salotto televisivo (dove non ascoltano neanche l’interlocutore seduto davanti a loro, “una bombica” inguardabile) nei giorni successivi ai saccheggi di Milano. Centinaia di ragazzini che hanno devastato e depredato negozi, locali di lusso, attività commerciali. Non esibivano bandiere e striscioni sulla scuola, sul carovita o sul diritto all’abitare, non gridavano slogan di rivolta e non intonavano l’abusata “Bella Ciao”. Il loro obiettivo era il saccheggio, “scassare”, e lo scontro con le forze dell’ordine. Davvero funambolico, da parte di vari sapientoni, il paragone con una civile manifestazione di protesta.
«Le intemperanze vanno condannate, ma i giovani vanno ascoltati», abbiamo sentito ripetere come un mantra. La bacchetta magica per ogni tipo di protesta, per un rave party dell’illegalità o per un assalto alla libreria Feltrinelli. I giovani, in questo caso, è meglio definirli ragazzini perché l’80% dei devastatori aveva un’età compresa tra gli undici e i tredici anni. Dire che “lo Stato non li ascolta, la politica è assente” è come somministrare l’antidolorifico all’infartuato. Bello dirlo ma sono parole vuote che cambiano tono e pronuncia a seconda degli schieramenti di turno. Nel frattempo l’infartuato crepa. Non interessa la sua salute ma l’uso che di lui si può fare, secondo proponimenti politici, per una miopia o strabismo lì presenti, davvero reali e non ideologicamente (meglio, elettoralmente) esistenti a tempi alterni.
Il problema vero, per chi non ha ricette in tasca da pubblicizzare ora a manca e subito dopo a destra, è che i cosiddetti adulti, intelligenti ed esperti (per diritto sociale o classificazione di comodo) non hanno più farina nel sacco, non sanno come si fa il pane e cosa c’è dietro. Se mio figlio undicenne devasta un negozio, la colpa non è dello Stato ma innanzitutto mia che non l’ho saputo educare, dargli regole, motivazioni morali. Non basta dargli la paghetta settimanale per poi non rimproverarlo perché a scuola non combina nulla e vessa il compagno di banco. Non è lo Stato che manca: non ci sono i suoi presupposti, ossia adulti in grado di educare, aprire orizzonti sempre nuovi, amare davvero senza pensare che questo requisito si compra con una mancetta.
Certamente occorre dare risposta alle urgenze giovanili ma più urgente ancora è un enorme sforzo educativo. C’è bisogno di riscoprire il valore della persona e della vita umana, il senso della socialità e della convivenza civile, i valori che sono alla base di un popolo. L’individualismo cronico, di adulti e giovani, porta alla disgregazione sociale, all’ecclissi del bene comune, alla sfiducia reciproca, alla fissazione di dover apparire a tutti i costi. Ammettiamolo sinceramente: oggi, un ragazzino forma la sua personalità non sulla base della testimonianza dei suoi genitori ma su quanto apprende dai social, da modelli impersonali. I primi hanno abdicato al loro compito e i secondi non sono all’altezza della sfida. Uno Stato non sarà mai in grado di supplire alle famiglie sfasciate, cioè alle fondamenta del suo stesso essere Stato.
