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L’Ortobene
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani

Cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo è mandato dal Padre il compimento dell’evento pasquale: lo Spirito Santo. La liturgia della Parola di queste settimane ci ha preparato alla ricezione di questo Dono. Il brano di Vangelo ci parla della promessa che Gesù propone ai suoi: lo Spirito Santo, Dono ai credenti, che è chiamato Paraclito. «Questa singola parola della lingua greca Paraclito ha un duplice significato: avvocato, per ciò che riguarda la persona del Figlio, oppure anche consolatore, per ciò che concerne lo Spirito Santo» (Fausto di Riez). Cristo, che con la sua passione, morte e risurrezione ci ha salvati dal peccato e dalla morte, è l’avvocato che, nell’azione dello Spirito Santo, ci permette di goderne i benefici. Gesù, nel brano evangelico, ci parla di «un altro paraclito» attraverso il quale lui resterà sempre con noi. Lo Spirito Santo è quel “ponte” (Karl Barth) che permette a Cristo di essere presente oggi nella [mia] storia. Se la redenzione fosse stato un momento di storia, non interessando la mia vita, e se il Risorto fosse stato tale solo per cinquanta giorni duemila anni fa, mi sarebbe stato indifferente; ma, attraverso il dono consolante dello Spirito Santo, possiamo dire che «Cristo è risorto» (saluto pasquale orientale) e non semplicemente «Cristo era risorto». Afferma Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,17). Si è cristiani solo se si crede che, nella Risurrezione, Dio vive e si comunica a noi tramite lo Spirito Santo.
Noi accogliamo questo dono nella fede e non possiamo sbagliare. Dice il Concilio Vaticano II: «La totalità dei fedeli, avendo l’unzione [cioè il dono] che viene dal Santo non può sbagliarsi nel credere» (LG 12). Dio comunicandosi non rimane a distanza di sicurezza ma come dice il Maestro in questa pagina evangelica: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Al credente è chiesto di osservare la sua parola: di credere. Non è richiesta una fede intellettuale morta o borghesemente filosofeggiante ma la virtù teologale della fede che è una risposta di vita al gran dono di Dio. Dio per primo ci dona sé stesso e si propone, nello Spirito Santo, di farsi presente nella nostra vita se noi gli apriamo il cuore con fede. Così sarà possibile che le nostre azioni e la nostra storia si trasformino in Amore, ad immagine di Dio. Noi sperimentiamo questo ogni volta che preghiamo e celebriamo i sacramenti. Essi, che sono «segni efficaci della Grazia […] attraverso i quali ci viene elargita la vita divina» (CCC 1131), trasformano la vita del credente a immagine di Cristo. Ciò avviene grazie allo Spirito Santo. A tal proposito leggiamo: «Non si può credere in Gesù Cristo se non si ha parte al suo Spirito. È lo Spirito Santo che rivela agli uomini chi è Gesù. […] Dio solo conosce pienamente Dio. Noi crediamo nello Spirito Santo perché è Dio» (CCC 152).
La parte finale della pericope ci dice che il Paraclito «insegnerà ogni cosa» e «ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Attraverso lo Spirito Santo possiamo camminare liberi in spazi ampi e scrutare l’immensità dei doni divini. «Lo Spirito Santo è presente a distribuire secondo il proprio volere i carismi, in conformità alla dignità di ciascuno»; affermando ciò san Basilio mostra, come Paolo (Cfr. 1Cor 12), che lo Spirito Santo dona ad ognuno il necessario per poter compiere la propria vocazione al fine di edificare la Chiesa. Dio ci offre un Dono grande a noi accoglierlo con fede perché ci trasformi la vita ad immagine della Sua.