La libertà dei figli di Dio
Commento al Vangelo di domenica 29 marzo 2026 - Domenica delle Palme e Passione del Signore - Anno A
di Alessandro Mesina
Anthony Van Dyck, Entrata di Cristo in Gerusalemme (1617 ca), Indianapolis Museum of Art
4' di lettura
30 Marzo 2026

La liturgia della Domenica delle Palme ci fa rivivere l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Si tratta di un evento fondamentale per capire la storia della salvezza: il Messia, dopo la lunga e secolare attesa del popolo di Dio, finalmente fa il suo ingresso nella Città Santa, e lo fa secondo le parole dei profeti: «Umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9,9). Così ce lo presenta anche il Vangelo: «Condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere» (Mt 21,7). Il Figlio dell’uomo venuto a salvare Israele non entra con un esercito, ma con i suoi discepoli, e il suo carro trionfale è un asino. Sembra un dettaglio da poco, ma questo segno è già presente fin dalle prime pagine della Scrittura.

Vediamo l’esempio di Abramo: quando Dio gli ordinò di sacrificare suo figlio, Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato (Gen 22,3). 

Dio Padre, per la nostra salvezza, ha condotto suo figlio verso il luogo dove avrebbe consumato il suo sacrificio. Come Abramo obbedisce a Dio nonostante l’assurdità della richiesta, così Gesù obbedisce in tutto al Padre, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava (Gv 13,3). Possiamo solo immaginare l’angoscia nel cuore di Gesù al pensiero di essere celebrato mentre entra a Gerusalemme, con la consapevolezza che di lì a poco gli stessi che lo acclamano lo metteranno in croce; egli sa bene che la “corona di Osanna” che ora lo esalta diventerà presto una corona di spine sul suo capo. Ma ancora una volta Gesù sembra dire, come a Giovanni Battista all’inizio del suo ministero, «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,11).

La folla non sospetta nulla di tutto questo, ma vede in Gesù il Figlio di Davide, il Messia, per i prodigi che ha compiuto lungo i tre anni di cammino che l’hanno portato a Gerusalemme. Oltre l’apparenza di un uomo che cavalca un asino, sono i piccoli e i poveri a riconoscere in Gesù il Cristo di Dio.

D’altro canto, «alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”». (Lc 19,39-40). Veramente, come dice San Paolo, «la Parola di Dio non è incatenata» (2Tm 2,9)! Gesù è venuto a portare la libertà dei figli di Dio, e coloro che si riconoscono tali possono vivere in piena libertà, liberi anche di acclamare il Cristo, nonostante la disapprovazione della casta religiosa di Israele.

Anche noi siamo chiamati, entrando con Gesù a Gerusalemme, a riprendere in mano la nostra vita, mettendola in spirito di affidamento nelle mani del Padre. Questo non ci renderà schiavi, ma veramente liberi: il cristiano, a immagine di Cristo, non è un soldato che obbedisce passivamente agli ordini, ma è un uomo libero, che vede la volontà di Dio nella sua vita e sceglie di portarla avanti fino in fondo. Come disse anche papa Benedetto XVI, «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1). Questa è l’esperienza degli abitanti di Gerusalemme, ed è anche quella che ci auguriamo per la settimana importante che vivremo: che l’incontro con Cristo ci renda cristiani autentici, uomini e donne veramente liberi!
Buona Settimana Santa a tutti.


  • Ascolta il Podcast

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--