La logica del Regno
Commento al Vangelo di domenica 20 settembre 2026 - XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
di Alessandro Sale
Rembrandt, Parabola dei lavoratori nella vigna (1637), Museo Ermitage, San Pietroburgo
4' di lettura
19 Settembre 2026

La parabola degli operai chiamati a diverse ore della giornata, presenta un’immagine provocatoria del Regno di Dio nel Vangelo di Matteo. Il racconto non intende proporre un modello di giustizia economica o di organizzazione del lavoro, ma mettere in discussione il modo in cui l’uomo comprende il rapporto con Dio e con gli altri. La parabola si apre con le parole: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa», indicando che ciò che viene raccontato va letto alla luce della logica propria del Regno.

Il padrone esce più volte durante la giornata per cercare operai da mandare nella sua vigna. Lo fa all’alba, poi nelle ore successive, fino a quando resta soltanto un’ora di lavoro. Un primo elemento significativo è questo continuo uscire. Il padrone non rimane lì ad aspettare, ma va incontro a coloro che sono ancora nella piazza. La sua iniziativa precede l’ingresso nella vigna: prima ancora del lavoro, vi è una chiamata.

La situazione degli operai dell’ultima ora è particolarmente significativa. Alla domanda del padrone — «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?» — essi rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Non sono descritti semplicemente come persone che non hanno voluto lavorare, ma come persone rimaste escluse, non scelte da nessuno. Anche per loro, tuttavia, non è troppo tardi. La chiamata del padrone raggiunge chiunque, persino quando la giornata sembra ormai conclusa.

La sorpresa della parabola emerge al momento della paga. Il padrone comincia dagli ultimi e dà a ciascuno un denaro, la stessa ricompensa ricevuta dagli operai della prima ora. Questi ultimi protestano, ma non hanno ricevuto meno di quanto era stato concordato. Il padrone è stato giusto con loro. Ciò che non riescono ad accettare è che anche gli altri abbiano ricevuto quanto loro. Il problema, quindi, non è l’ingiustizia nei confronti dei primi, ma la generosità mostrata verso gli ultimi.

È qui che si trova il centro del brano. La logica del Regno non coincide semplicemente con una proporzione tra merito e ricompensa. Il padrone non elimina la giustizia, perché mantiene la promessa fatta agli operai della prima ora, ma mostra una bontà che supera il calcolo. Il dono di Dio non può essere trasformato in un diritto acquisito o in una ricompensa che l’uomo può pretendere sulla base del proprio impegno. Davanti a Dio, anche ciò che sembra essere il risultato di una lunga fedeltà rimane inserito nella dimensione del dono.

La domanda rivolta dal padrone all’operaio che protesta è particolarmente incisiva: «Sei invidioso perché io sono buono?». Gli operai della prima ora non riescono a gioire per la generosità del padrone perché la interpretano come una diminuzione del proprio valore. La bontà ricevuta dagli altri viene percepita come una minaccia ai propri privilegi.

L’evangelista presenta dunque il Regno come lo spazio della gratuità di Dio. La parabola non nega il valore della risposta dell’uomo e del suo impegno, ma impedisce di ridurre la relazione con Dio a un calcolo tra prestazioni e ricompense. Ciò che scandalizza gli operai della prima ora è precisamente ciò che caratterizza il padrone: la sua libertà di essere buono. La domanda finale rimane: la generosità di Dio verso gli altri è una perdita per sé o la manifestazione della stessa misericordia dalla quale tutti vivono?

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