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L’Ortobene
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Autorizzazione del Tribunale
di Nuoro n. 35/2017 V.G.
CRON. 107/2017 del 27/01/2017
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Il brano di Matteo chiude il grande discorso missionario di Gesù, ponendo la comunità dei discepoli di fronte alle esigenze radicali della sequela e, al tempo stesso, alla straordinaria bellezza della ricompensa. Dal punto di vista umano, queste parole possono apparire severe, quasi dure, ma nascono dall’esigenza di fare chiarezza nel cuore di chi sceglie di mettersi in cammino dietro al Maestro. Gesù non chiede di amare meno i genitori o i figli, ma rivela che l’amore per Lui deve essere il fondamento e la misura di ogni altro affetto.
La proposta di Gesù stabilisce un ordine di priorità: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me». Non si tratta di un invito al disprezzo dei legami familiari, che la Scrittura stessa comanda di onorare, ma del disancoramento del discepolo da ogni forma di possesso e di idolatria affettiva. I legami di sangue, se assolutizzati, rischiano di diventare una prigione che impedisce la libertà del dono. Quando Cristo occupa il centro della vita, gli affetti umani non vengono distrutti, ma ordinati, purificati e resi capaci di un amore ancora più grande, non più schiavo dell’egoismo.
Subito dopo, il testo introduce il segno della croce: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me». Teologicamente, la croce non è la glorificazione della sofferenza in quanto tale, ma il simbolo supremo dell’amore che si dona fino alla fine. Prendere la croce significa accettare le conseguenze della fedeltà al Vangelo, abbracciare la fatica quotidiana della coerenza e della testimonianza, anche quando questa comporta il rifiuto o l’incomprensione. La logica del Regno capovolge i criteri del mondo: chi custodisce gelosamente la propria vita per se stesso la perde nella solitudine, mentre chi accetta di perderla per amore di Cristo la ritrova nella sua pienezza autentica.
La seconda parte del brano sposta l’orizzonte, offrendo una formidabile chiave per le relazioni all’interno e all’esterno della comunità cristiana. Gesù stabilisce un’identità mistica tra Se stesso, il Padre e l’inviato: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Il discepolo non agisce a proprio nome; la sua presenza rende storicamente vicina la presenza stessa di Dio. Questo pensiero sostiene la Chiesa, ricordando a chi annuncia il Vangelo la dignità della propria missione, ma richiamando anche la comunità alla responsabilità di accogliere i testimoni di Dio.
L’ultimo passaggio scende nei dettagli più semplici dell’esistenza quotidiana, parlando della ricompensa per chi accoglie i profeti, i giusti e i “piccoli”. Gesù assicura che anche chi avrà dato da bere soltanto un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli non perderà la sua ricompensa. È la teologia del quotidiano e dei piccoli gesti. Agli occhi di Dio, la grandezza di un’azione non si misura sulla base dell’applauso sociale o della rilevanza storica, ma sulla quantità di amore e di gratuità che vi viene immessa.
Per la nostra vita, questo ammonimento è un richiamo luminoso. La santità e la missione non sono riservate a imprese eroiche e straordinarie, ma si giocano nella ferialità delle relazioni, nella capacità di farsi prossimi attraverso gesti concreti di cura e di ospitalità, gesti capaci di legare per sempre il tempo presente alla gratuità eterna del Padre.