La vera ricchezza
Commento al Vangelo di domenica 21 settembre 2025 - XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
di Federico Bandinu
Andrey Mironov, Parabola dell’amministratore disonesto (2012)
4' di lettura
25 Settembre 2025

Nella liturgia della parola domenicale sono proposti i primi tredici versetti del sedicesimo capitolo. È importante sottolineare che questa pericope arriva al termine delle tre parabole (Lc 15), raccontate da Gesù ai farisei sulla Misericordia, «cuore pulsante del Vangelo» (Misericordiae Vultus 12). In questa pagina evangelica, che a prima vista potrebbe scandalizzare, Gesù loda l’astuzia di un amministratore disonesto. Gesù sta parlando ai suoi discepoli. Questo riferimento ci aiuta a comprendere l’onnicomprensività della Misericordia, essa infatti è un dono fatto a tutti. Scriveva Papa Francesco: «A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi» (Misericordiae Vultus 5). Il ricco padrone richiama all’ordine l’amministratore. Una delle letture più belle propone Dio, ricco di ogni Bene, e noi amministratori, chiamati ad amministrare una ricchezza e dei beni non propri. L’amministratore spogliato dei talenti che era chiamato ad amministrare, si scopre fragile, indifeso e incapace. Senza la fede nella Misericordia, manca la roccia che dona stabilità alla vita. La nudità, figlia delle crisi di fede, è propria di chi riscopre la sua morte e ricerca la Speranza di un riscatto, della risurrezione. La tensione al futuro che contraddistingue il personaggio della parabola permette la scaltrezza elogiata dal Maestro. Gesù non vuole, certamente, svincolare dalla morale il piano economico promuovendo furti e frodi ma indica quali siano le vere ricchezze e come vadano amministrate. La ricchezza è la molteplicità dei talenti e dei doni che, a cominciare da quello della vita, Lui ci dona gratuitamente e abbondantemente. Essa dev’essere gestita con larghezza d’animo e senza risparmio: rimettendo ai debitori (Lc 11,4). 

La ricchezza, dono del Padre, di cui parla il Vangelo non è quella dei beni materiali: «Non siamo nati con le ricchezze, ma al contrario nudi. Possiamo veramente affermare con la Scrittura che non abbiamo portato niente nel mondo, nono possiamo neppure portarne via qualcosa» (Cirillo di Alessandria). Spesso – e questa pagina evangelica lo mette in luce – si rischia di riporre la fiducia in beni effimeri piuttosto che in quelli che nutrono realmente. Non sfama il piacere momentaneo ma l’obbedienza ad un disegno di Amore Eterno; non disseta la corsa al successo personale, magari strumentalizzando gli altri per i propri interessi, ma le relazioni autentiche di amore che ritrovano freschezza nella Croce: fonte di acqua e sangue (Gv 19,34). La ricchezza in sé non è un male, «un’amministrazione dei beni temporali giusta […] procura il merito per ottenere i beni eterni» (Agostino). La gratificazione non è immediata ma proiettata al futuro; resta un bene a cui tendere, una relazione in cui affondare la propria Speranza. 

Gesù, raccontando la parabola, elogia la scaltrezza e la propone a noi quale modello. Il cristiano – che non è un tontolone sempliciotto o un credulone come spesso rischia di apparire – è chiamato, centrando l’obbiettivo sulla Vera ricchezza, ad ingegnarsi con i tanti doni, che ha ricevuto, per accaparrarsi una ricchezza Vera. La relazione con Cristo è la Vera ricchezza che insaporisce ogni azione. Cristo è la Speranza a cui deve tendere il pellegrinaggio della vita. Questa scelta fondamentale è visibile nei grandi ed eroici gesti dei santi ma incomincia nell’ordinarietà delle scelte quotidiane. Nella fedeltà ordinaria si creano le condizioni perché Dio compia, in noi, cose straordinarie.   


  • Ascolta il Podcast

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--