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L’Ortobene
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di Nuoro n. 35/2017 V.G.
CRON. 107/2017 del 27/01/2017
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Il brano del Vangelo di Matteo segna un momento di svolta decisivo: la missione di salvezza non è più soltanto il gesto solitario di Gesù, ma diventa un’opera condivisa, affidata alla responsabilità della Chiesa nascente. Il punto di partenza, fondamentale per comprendere sia la teologia sia la prassi pastorale di questo testo, risiede interamente negli occhi di Gesù. Il suo è uno sguardo capace di trapassare la superficie delle cose: davanti alle folle, Egli non vede una massa anonima o un problema di ordine pubblico, ma sperimenta un moto di profonda e viscerale compassione. L’umanità gli appare «stanca e sfinita, come pecore che non hanno pastore». Questa sofferenza non genera in Lui un giudizio morale, ma muove il desiderio del soccorso.
L’azione pastorale che ne scaturisce affonda le radici in una precisa visione teologica. Prima di inviare gli operai, Gesù chiede di pregare il padrone della messe. Questa indicazione stabilisce una gerarchia eterna: la missione appartiene a Dio, l’iniziativa è sua e l’operaio è anzitutto un dono da invocare dall’alto, mai una risorsa da reclutare con logiche aziendali. La preghiera si rivela così l’anima della pastorale, l’argine che protegge la Chiesa dal rischio di trasformarsi in una semplice agenzia di servizi sociali, ricordandole che il suo compito è cooperare a un disegno divino.
Subito dopo l’invocazione, avviene la chiamata e l’istituzione dei Dodici. La scelta di questo numero ha un forte valore teologico: richiama le dodici tribù d’Israele e manifesta la volontà di ricostruire il popolo dell’alleanza. Se guardiamo a questo gruppo con occhi pastorali, restiamo stupiti dalla sua straordinaria eterogeneità. Accanto a semplici pescatori troviamo Matteo il pubblicano, esattore delle tasse per conto dell’occupante romano, e Simone lo Zelota, legato ai movimenti rivoluzionari nazionalisti. Gesù non fonda la sua comunità sull’uniformità ideologica o sul carattere, ma sulla comune attrazione verso la sua persona. Le diversità, che in qualsiasi altro contesto avrebbero creato spaccature, in Cristo diventano una ricchezza riconciliata.
Il mandato che Gesù affida ai suoi inviati unisce strettamente l’annuncio della Parola alla concretezza dei gesti. L’invito a rivolgersi inizialmente alle sole «pecore perdute della casa d’Israele» risponde a una logica di fedeltà storica alle promesse bibliche, una tappa necessaria prima che la salvezza si apra a tutte le nazioni. Il messaggio da proclamare lungo la via è essenziale: la vicinanza del Regno dei cieli. Questa prossimità di Dio non rimane un concetto astratto, ma si incarna in azioni precise di liberazione e di cura: guarire i malati, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni. La pastorale della Chiesa, ieri come oggi, è chiamata a toccare la carne dell’uomo, a sanare le ferite dell’anima e del corpo, manifestando che il Regno è una forza che riscatta la vita da tutto ciò che la umilia.
L’intero brano trova il suo sigillo e la sua regola d’oro nell’ammonimento finale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Questa è la vetta teologica dello stile cristiano. La grazia non si mercanteggia, la salvezza non è un prodotto e i carismi non sono proprietà dei ministri, ma canali dell’amore sovrabbondante del Padre. Per ogni comunità credente, la gratuità rappresenta il vero criterio di autenticità pastorale: spogliarsi di logiche di potere e di profitto per farsi trasparenza limpida del dono di Dio.