L’esperienza della misericordia
Commento al Vangelo di domenica 13 settembre 2026 - XXIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
di Alessandro Sale
Claude Vignon, La parabola del servo spietato (1629), Musée des Beaux-Arts, Tours
4' di lettura
12 Settembre 2026

Il brano evangelico di questa domenica conclude il discorso di Gesù sulla vita della comunità cristiana, affrontando il tema del perdono. La domanda di Pietro nasce dalla concretezza delle relazioni: «Quante volte dovrò perdonare?». L’ipotesi di sette volte sembra già esprimere una disponibilità ampia, ma Gesù supera ogni misura: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Non viene semplicemente indicato un numero più alto, ma viene messa in discussione la stessa idea di un limite al perdono. Il discepolo non può stabilire in anticipo quante volte concederlo, perché il perdono appartiene alla logica stessa del Regno.

La parabola del servo spietato spiega il motivo di questa esigenza. Il primo servo ha un debito enorme, diecimila talenti, una cifra volutamente sproporzionata rispetto alle possibilità concrete di restituzione. Di fronte alla sua incapacità, il padrone non si limita a concedergli più tempo: gli condona interamente il debito. Il verbo usato indica una remissione radicale, resa possibile dalla compassione del padrone. La sproporzione tra il debito e ciò che viene condonato è il punto centrale della parabola: la misericordia ricevuta non è la semplice cancellazione di un errore, ma un dono che libera il debitore da una situazione dalla quale non avrebbe potuto uscire da solo.

La scena cambia immediatamente quando il servo incontra un suo compagno, debitore di una somma incomparabilmente più piccola. Il servo, pur avendo appena sperimentato il condono del proprio debito, pretende la restituzione fino al punto di ricorrere alla violenza. La contraddizione è evidente: egli ha ricevuto misericordia, ma non ha lasciato che questa misericordia modificasse il suo modo di trattare l’altro.

È qui che emerge il significato della parabola. Il perdono cristiano non è anzitutto una norma morale aggiunta alla fede, ma la conseguenza dell’esperienza della misericordia di Dio. Chi riconosce di vivere di un dono che non può meritare né restituire non può considerare il debito dell’altro con la stessa logica con cui prima considerava il proprio. La relazione con Dio e quella con il fratello sono quindi inseparabili.

Il giudizio finale del padrone sembra introdurre una tensione: colui che aveva ricevuto il condono viene nuovamente consegnato al giudizio. Il testo non intende presentare Dio come qualcuno che ritira arbitrariamente il perdono, ma sottolinea la contraddizione di un perdono ricevuto che non viene accolto fino a trasformare la persona. Il problema del servo non è aver commesso una nuova colpa, ma aver mostrato, con il proprio comportamento, di non aver realmente compreso ciò che aveva ricevuto.

L’espressione conclusiva, «se non perdonerete di cuore», porta il discorso al livello più profondo. Il perdono non consiste soltanto in un atto esteriore o nella rinuncia alla vendetta; riguarda il modo in cui il discepolo guarda l’altro. «Di cuore» indica una trasformazione della relazione, nella quale l’altro non viene più definito esclusivamente attraverso il torto commesso.

Questo brano completa così il tema della comunione ecclesiale: dopo la correzione fraterna e la ricerca del fratello, il perdono appare come la condizione permanente per custodire una comunità realmente fondata sulla misericordia. La Chiesa non è una comunità di persone senza debiti reciproci, ma di persone che riconoscono di vivere del perdono ricevuto da Dio e, proprio per questo, sono chiamate a interrompere la logica della colpa, della rivalsa e della violenza. Il perdono diventa così una forma concreta della vita secondo il Regno: non cancella la verità del male, ma impedisce che il male abbia l’ultima parola sulla relazione.

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