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L’Ortobene
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Francesco Mariani

Tradizionalmente la IV di Pasqua è chiamata la domenica del buon Pastore. Nel breve brano proposto dall’evangelista Giovanni, è definito nella Sua natura. In questa pericope Gesù, a differenza di altri passi, non si auto-rivela come “Io sono il buon Pastore” ma dimostra la sua essenza attraverso verbi che determinano la relazione Pastore-gregge e Cristo-Padre.
Gesù dice di sé stesso che conosce e dona la vita eterna. Nella cultura semitica, del tempo, il verbo conoscere – che non ha la semplice accezione nozionistica-intellettuale – apre ad una conoscenza intima e personale, ad un rapporto vivo e reale tra soggetti: in questo caso tra Cristo e i suoi discepoli. D’altra parte i discepoli, che si definiscono in relazione all’amore e a Cristo (Karl Barth), ascoltano la voce del Pastore e lo seguono. Un discepolo non è tale solo se afferma: “Io sono cristiano”. Questa è la tendenza dell’oggi: vogliamo essere tante cose, spesso contrastanti l’una con l’altra, senza avere il coraggio di far corrispondere ciò che affermiamo con la vita. “Sono Cristiano, ma non prego, non ho bisogno di andare in Chiesa”, “Io credo ma a modo mio”. Cristo indica la via: Lui è il Pastore che ci conosce! Ci conosce profondamente e vuole una relazione intima con noi.
Noi “pecore” siamo chiamati ad ascoltare e seguire il buon pastore. Perché? Perché, in un mondo che condanna – a parole – la mentalità da gregge, è Gesù stesso che ci propone di essere tale? Perché egli non è un Pastore come gli altri. È il Pastore Buono che ama le sue pecore non per quello che può ottenere da loro ma per ciò che Lui può donarle. È il Pastore che innalzato in croce ha dato la vita per il gregge. «Il Salvatore che ci conosce tutti per nome e cognome, ha offerto il suo sangue e la sua vita per tutti e ha lanciato per voi i suoi pensieri di dilezione: Padre mio, io mi faccio carico di tutti i peccati di Teotimo [Nome di ognuno] … Che io muoia, purché lui viva» (San Francesco di Sales). «Non si tratta di mera conoscenza intellettuale, ma di una relazione personale profonda; una conoscenza del cuore, propria di chi ama e di chi è amato; di chi è fedele e di chi sa di potersi a sua volta fidare; una conoscenza d’amore in virtù della quale il Pastore invita i suoi a seguirlo, e che si manifesta pienamente nel dono che fa loro della vita eterna» (Benedetto XVI). È questo il premio: la vita eterna, la relazione intima tra Cristo e Uomo, calco della relazione tra Cristo e il Padre. Infatti come il Padre e il Figlio sono una cosa sola; così Cristo non vuole perdere e non permette che nessuna di esse sia strappata dalla Sua mano. Siamo nelle mani di Dio, ci tiene stretti a Lui con lo stesso amore che riceve dal Padre: siamo coinvolti nella sovrabbondanza di Grazia e di Amore che esce dal cuore di Dio. «Ecco la voce del pastore. Riconosci te stesso e segui lui, se vuoi essere delle sue pecore» (Agostino).
Bisogna aprire il cuore per permettere che l’amore di Dio ci invada e trasformi la preda degli sciacalli che erra nei deserti del presente in pecora adagiata sulle spalle del Pastore Buono che la ama e le dona tutto.
La domenica del buon Pastore è per la Chiesa l’occasione di preghiera per i propri pastori che siano sempre più secondo il cuore di Cristo. Pastori che vivano nell’Amore di Dio che annunciano e professano. La preghiera sia quella di avere sempre più pastori fermi nella mano di Dio: perché infondo alle pecore non importa altro se non la voce del Pastore che loro annunciano e con la gente seguono.