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Il Vangelo di questa domenica presenta il dialogo tra Gesù e un dottore della Legge sulla questione del comandamento più grande.
«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Questa domanda potrebbe sembrare una richiesta puramente teorica. In realtà, tocca il centro dell’esperienza religiosa: come si riconosce ciò che Dio considera essenziale? Gesù risponde richiamando due passi della Scrittura. Il primo (tratto da Dt 6,5) appartiene allo Shema Israel, la professione di fede che invita Israele ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Il secondo (tratto da Lv 19,18) prescrive di amare il prossimo come se stessi.
Il primo comandamento afferma che il rapporto con Dio coinvolge l’intera persona. L’amore richiesto non è soltanto un sentimento religioso né una pratica esteriore, ma un orientamento fondamentale dell’esistenza. Cuore, anima e mente esprimono, nel linguaggio biblico, la totalità dell’essere umano: pensieri, volontà, desideri e scelte. Dio non chiede quindi una parte della vita, lasciando il resto a criteri indipendenti da lui, ma una relazione che dia unità all’intera esistenza.
La novità decisiva della risposta di Gesù emerge nel collegamento tra il primo e il secondo comandamento. «Il secondo poi è simile a quello»: l’amore del prossimo non è un precetto marginale, aggiunto alla relazione con Dio, ma è strettamente connesso ad essa. La fede non può essere separata dal modo in cui si tratta l’altro, perché l’amore rivolto a Dio deve trovare espressione nelle relazioni concrete. Allo stesso tempo, l’amore del prossimo non è ridotto a una generica benevolenza, ma viene collocato all’interno di una visione dell’uomo fondata sulla relazione con Dio.
L’espressione «come te stesso» indica una misura che riconosce la dignità dell’altro attraverso la consapevolezza del proprio valore. Il prossimo non è qualcuno da utilizzare o da considerare soltanto quando corrisponde ai propri interessi, ma una persona da accogliere nella sua dignità. Questo amore non si limita alla vicinanza affettiva: comporta responsabilità, rispetto e attenzione concreta ai bisogni altrui.
Gesù conclude affermando che «da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». L’immagine del dipendere suggerisce che l’intera Scrittura trova in questi due principi il proprio orientamento fondamentale. Non significa che gli altri comandamenti siano inutili o possano essere ignorati, ma che devono essere interpretati alla luce dell’amore per Dio e per il prossimo. La Legge non viene abolita, bensì ricondotta al suo significato più profondo.
Questa pericope presenta così una visione unitaria della vita religiosa ed etica. L’amore di Dio e quello del prossimo non sono due percorsi indipendenti, ma le dimensioni inseparabili di un’unica risposta. La relazione con Dio si verifica nella qualità delle relazioni umane, mentre l’amore del prossimo trova nell’amore di Dio il proprio fondamento e il proprio orizzonte. Il centro della fede non consiste quindi nella semplice osservanza di prescrizioni, ma in una vita orientata dall’amore, capace di dare senso anche all’osservanza della Legge. È questo il criterio con cui Gesù invita a comprendere la volontà di Dio e a riconoscerne la presenza nella concretezza dell’esistenza.