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L’Ortobene
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Il nostro contributo intende offrire all’attenzione dei lettori una serie di richiami e di suggestioni legate ad una delle immagini più universali e dense di riferimenti simbolici. Le considerazioni che seguono, anche legate a famosi componimenti poetici e in prosa, vogliono costituire entro un breve excursus una sorta di ideale invito alla lettura. La letteratura, infatti, in modo particolare la poesia, attraverso i secoli e le lingue, dedica alla luna versi di rara intensità: è la regina della notte che illumina la terra, immagine che unisce dolcezza e malinconia, luce e desiderio. A partire dalla etimologia del termine possiamo comprendere la potenza evocativa di questo elemento: il termine latino si riconnette alla radice leuk- che indica la lux, il brillare, mentre in greco la parola Σελήνη(selēnē)allude ugualmente allo splendore. La poetessa greca Saffo e il poeta Alceo (VI sec. a. C.) legano alla luna immagini di nostalgia, e la evocano come segno della ciclicità della vita. Saffo in particolare rappresenta la realtà degli astri che seguono il loro rimo eterno e armonioso, mentre gli esseri umani vivono una realtà effimera e limitata. La luna diviene così il simbolo del divario tra eternità celeste e fragilità umana. Partecipe dell’ordine cosmico in Pindaro (VI/ V sec. a. C.), per il poeta latino Virgilio la luna è colei che regola i ritmi naturali: il moto del sole, delle stelle e della luna rappresenta una sorta di “orologio celeste” che scandisce il tempo naturale secondo leggi dettate dall’ordine e dalla armonia. Ovidio la descrive personificata, rendendola protagonista di storie d’amore e di metamorfosi.
Parlando della luna non possiamo non menzionare Giacomo Leopardi, che le ha dedicato versi indimenticabili.
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Nei versi sopra riportati la luna è simbolo dell’immaginazione, ossia di quella capacità di creare illusioni che rendano in qualche modo sopportabile la vita. Come la luce lunare rischiara il buio, allo stesso modo la poesia illumina la notte dell’anima.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi (…)
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia il pastore, figura universale dell’uomo che si interroga, che ricerca il senso profondo della vita, consapevole della sua finitezza, si rivolge alla luna come ad una confidente silenziosa; e nel testo emerge il contrasto tra il corso immortale della luna e la condizione effimera e fugace della vita umana, segnata dal dolore e dalla morte. È la stessa opposizione che Giovanni Pascoli affida agli ultimi versi del suo X agosto, componimento scritto in memoria del padre Ruggero, assassinato il 10 agosto 1867:
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Il dolore umano sembra quasi rispecchiarsi nel pianto del cielo. Ed appare particolarmente intensa l’immagine di contrasto tra l’infinita, immortale grandiosa del Cielo, che suggerisce un’idea di pace e di quieta serenità, e la terra, piccola e contaminata dal male.
In Chiaro di Lunadi Victor Hugo il poeta costruisce un quadro notturno sospeso tra sogno e inquietudine. La luna è insieme luce e testimone, figura amica che richiama l’immaginario classico. Nella sua luce serena si riflette una tensione più profonda, quella tra l’antico ideale di armonia e la consapevolezza moderna del dolore
La luna era serena e giocava sull’acqua.
Libera infine e aperta la finestra alla brezza,
e la sultana osserva: il mare che si frange
laggiù e gli scogli neri ricamati d’argento.
La chitarra vibrando le scivola di mano,
ascolta l’eco sorda d’un opaco rumore:
forse un vascello turco, coi suoi tartari remi
dalle spiagge di Kos si muove ai lidi greci?
O sono i cormorani coi loro tuffi lenti
e con le ali imperlate dall’acqua appena mossa?
O di un ginn lassù soffia la smorta voce
e pietre dalla torre fa cadere nel mare?
Chi vicino al serraglio osa turbare l’acqua?
Né il cormorano nero dall’onda carezzato;
né pietre delle mura, nè il suono cadenzato
di un vascello che arranca sull’acqua con i remi.
Sono sacchi pesanti da cui viene un lamento.
Si vedrebbe scrutando l’acqua che li sospinge
come una forma umana tentare un movimento…
La luna era serena e giocava sull’acqua.
La luna illumina ma la sua luce diventa un filtro ambiguo. Ciò che sembra armonia è in realtà una messa in scena del sospetto: i «sacchi pesanti da cui viene un lamento» rivelano che la bellezza lunare copre un orrore umano, forse un crimine taciuto. La luna assiste muta, non protegge e la sua amicizia si rovescia in indifferenza. E la natura stessa, pur splendida, è testimone impassibile del dolore umano. Nella quiete argentea, il poeta scopre la verità più inquietante: anche la luce, se osservata abbastanza a lungo, ha la sua ombra.
Diversa la rappresentazione della luna per il poeta Gianni Rodari:
Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…
“Ma son sempre quella!
– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!
Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto”.
Nel componimento La luna di Kiev il poeta rappresenta la luna come simbolo di unità universale e di uguaglianza tra i popoli. Con un linguaggio semplice la luna è raffigurata come testimone del mondo, punto di luce che attraversa i confini, oltre tutte le frontiere. In un mondo segnato da conflitti e disuguaglianze la luna ci ricorda ciò che unisce e non ciò che divide e la poesia richiama ai valori della tolleranza e dell’umanità per ricordarci che al di là delle guerre, delle frontiere e delle differenze, siamo tutti cittadini dello stesso cielo.
In un certo senso è un invito a sollevare il nostro sguardo, a levare gli occhi al cielo, per contemplarlo con sguardo di meraviglia: è l’esperienza straordinariamente intensa raccontata nella novella Ciaula scopre la luna di Luigi Pirandello: il protagonista, un giovane minatore prostrato dalla fatica di un lavoro durissimo, una notte costretto a lavorare fino all’alba, stremato affronta la salita dall’oscurità della miniera verso l’uscita, e all’improvviso scopre la luna in tutta la sua maestosa bellezza:
Eccola, eccola là, eccola là, la Luna…. C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, nè si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
A cura degli alunni della classe IV C del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro: Giulia Baltolu, Margherita Baragliu, Claudia Beccu, Rosalia Bruno, Eleonora Cottu, Sofia Cucca, Giada Deiana, Maria Deiana, Francesco Paffi, Daniele Pisanu, Mariantonia Podda, Greta Vitzizzai.
Coordinamento didattico: Venturella Frogheri