Don Pasquale Pedes, prete di servizio nel villaggio globale
Pasquale è morto il 24 gennaio, a 81 anni. Era prete dal 1974, ordinato proprio a Gorofai dal vescovo Giovanni Melis, il 4 agosto, quando Pasquale aveva trent’anni.
di Natalino Piras
Don Pasquale Pedes
5' di lettura
19 Febbraio 2026

Una delle ultime volte che ho incontrato Pasquale Pedes, bittese mio compaesano, è stato a maggio, tanti anni fa, agli inizi del Duemila. Ero andato a Santu Vranzisku di Lula per intervistare Kirkeddu ‘e Chellerone, padre Ciriaco Bandinu. Lo aveva chiamato dal Brasile dove era ancora missionario proprio don Pasquale Pedes, allora parroco di Lula, come predicatore della novena per una festa sentitissima e compartecipata da molta gente di Barbagia e della Sardegna intera. Pasquale era presente all’intervista. A un certo punto ho chiesto a Kirkeddu: «Ite preicas?», così in maniera secca. Intendevo la complessità della missione di padre Bandinu in un altro continente ma pure la sua appartenenza, solide radici, a un unico paese che tutti e tre ci identificava, là in su muristene del Santuario. Pasquale comprese il senso del mio chiedere. Però guardò ironico e disse tra il serio e il divertito, al limite del sarcasmo: «E custa dimanna? Si l’aias fatta a tziu Giaveri da aiat ischitu isse ite ti risponnere». Si riferiva a don Saverio Depalmas, parroco di Gorofai, il mitico Trochedda, che predicava in sardo, a volte in tono acceso, per spiegare parabole e storie importanti, radicali, rivoluzionarie, come la conversione di San Paolo, renderle comprensibili a tutti. Pasquale era stato da bambino chierichetto nella chiesa di Su Sarvatore di Gorofai, dove tziu Giaveri era parroco. Ora, da prete, Pasquale conservava il senso della missione di ziu Giaveri, l’essere di cuore semplice quasi sempre nell’arduo quotidiano: mettersi a servizio soprattutto di chi aveva bisogno, soprattutto dei poveri. Essere di faccia serena, sorridente nei momenti di lietezza, soprattutto in quelli di sofferenza, di dolore, di duro lavoro nel mestiere del prete. Questo ha messo in risalto, al centro dell’omelia, monsignor Sebastiano Sanguinetti nella messa al funerale di Pasquale, in un gremitissimo Santuario del Miracolo, a Gorofai, il 26 gennaio scorso. 

Pasquale è morto il 24 gennaio, a 81 anni. Era prete dal 1974, ordinato proprio a Gorofai dal vescovo Giovanni Melis, il 4 agosto, quando Pasquale aveva trent’anni. Il percorso seminariale era stato più lungo rispetto all’ordinario. Di solito si diventava preti a 24 anni. Pasquale aveva dovuto interrompere gli studi. Era andato a lavorare per aiutare la famiglia. Aveva fatto pure il servizio militare. Ma non aveva mai abbandonato l’idea, mai smesso la vocazione. Nel suo percorso sacerdotale è stato viceparroco a Fonni, nella Cattedrale di Nuoro, 12 anni parroco di Ollolai, poi a Lula e dal 2006 al 2016 parroco della Caletta. C’è stato pure un qualche intermezzo come animatore del Seminario Regionale di Cagliari. Finito il ministero una lunga malattia progressivamente invalidante, molta sofferenza, diverse le case di riposo, da Buddusò a Bitti. Mai che abbia smesso di essere se stesso: il lavoratore nelle «vigne sterpose» della missione sacerdotale ma pure l’animatore, l’educatore, il fatto dello stare gioiosamente insieme con ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica.  È stato anche assistente diocesano dell’Acr bravissimo con i bambini, bravissimo nel disegnare per i bambini, preparava locandine e manifesti per il catechismo. Con i bambini usava salutare: «Mi raccomando sempre non in gamba ma semprer in Pedes». Raccontava che da giovane sacerdote lo «divertiva» l’idea che potesse diventare vice parroco con don Concas parroco di Orani. Perché in tal caso sarebbero stati Concas e Pedes. Metteva sempre nelle narrazioni il fatto che era stato alunno di catechismo di tzia Maria Chessa. Era lei che lo mandava a Santu Jogli, a Bitti, ad ascoltare le omelie di don Valerio Ligios, morto ancora giovane.  Pasquale era sacerdote del sorriso. Lo ha mantenuto anche nelle sofferenze degli ultimi anni. Con il sorriso si è congedato. Negli ultimi giorni ha salutato con il sorriso quanti sono andati a trovarlo, «con quegli occhi maturi, espressivi, di gioia e di serenità». 

La mattina dei funerali di Pasquale Pedes, lunedì 26 gennaio, pioveva. Giornata fredda. Però un gran folla, compaesani, gente proveniente da Nuoro e diversi paesi della provincia, ho visto pure un pullman parcheggiato nella lunga fila di macchine, ha affollato il santuario del Miracolo. Intensa la commozione. Insieme alla voce di monsignor Sebastiano Sanguinetti e di altri concelebranti mi sono arrivate, nell’ora della messa molte altre voci su Pasquale, a dirne quello che nell’inno Iste confessor definisce gente come lui, piusprudenshumilis, pudicus. La pietas umana come caritas, come la intende San Paolo, la prudenza nell’agire, tanta ce ne vuole in terra barbaricina, il buon uso dell’umiltà mai ossequente, il cuore semplice che era quanto chiese Salomone a Dio quando divenne re. Mai smesse in Pasquale l’ironia e l’arguzia. Così lo ho conosciuto sin da bambino, entrambi nell’afflato di una forte educazione cattolica. Lo ho incontrato diverse volte quando era parroco di Ollolai, in convegni e presentazioni di libri, l’auditorium parrocchiale sempre a diposizione. Mi capitava di incontrarlo per le strade di Nuoro. Il saluto era a volte il conciso «oè coment’istas» altre volte più esteso.  Motivo di discussione era a volte il fatto che lui fosse goreainu doc, io vitzikesu doc diventato goreainu poco convinto. Oltre tutte queste differenze Pascale Pedes continuava a rimanere prete di servizio, il suo segno, nel villaggio comune di appartenenza e in quello globale.

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