I fuochi di San Giovanni in tutti i paesi del mondo
Accesi al tramonto del giorno più lungo a confine con la notte più breve dell’anno, portano storie che tutte si somigliano
di Natalino Piras
Jules Breton, La festa di San Giovanni (1875), Philadelphia Museum of Art
5' di lettura
4 Luglio 2025

I fuochi di San Giovanni, in sardo Sa okina de Santu Juanne, nella notte del 23 o del 24 giugno, segnano il solstizio d’estate così come quelli di Sant’Antonio, 16 o 17 gennaio, sono nel solstizio d’inverno. Vengono accesi in molte città e paesi del mondo, specie quello occidentale e di tradizione cristiana. Questi fuochi accesi al tramonto del giorno più lungo, a confine con la notte più breve dell’anno, portano storie che tutte si somigliano.  

Dice il racconto evangelico che nella Palestina sotto dominio romano, Giovanni, vox clamans in deserto che si nutriva di bacche e locuste, venne fatto decapitare dal tetrarca Erode sedotto dalla figliastra Salomè che non tollerava la predicazione del profeta, di voce forte, contestataria del potere, ma pure annuncio di speranza. 

Il martirio di Giovanni continua a essere fonte di ispirazione per letteratura, teatro, cinema, arte, tutto sublimato nei fuochi a lui dedicati. La tradizione cristiana dei falò basa su altre tradizioni non cristiane e pagane che a loro volta affondano nella notte dei tempi. I fuochi sono propiziatori e stabiliscono patti di alleanza, amicizie destinate a durare, legami altrimenti indelebili, pena il sacrilegio.

Dice l’inizio di unu mutu della tradizione sarda: «In donzi lumenarju, ca es’ Santu Juanne, bi achen sa ochina». Su lumenarju, la soglia della casa, un confine, una linea di demarcazione intesi nella loro sacralità, tornano nella rappresentazione simbolica di cui è capace ciascuna ‘ochina. Dopo aver ballato davanti e intorno alla pira che illumina la notte, stabilite nuove comparìe, i nuovi compares e comares de Santu Juanne saltano insieme il fuoco precedentemente benedetto, i più coraggiosi quando ancora sono alte le fiamme, altri sopra la brace non ancora cenere. Nel saltare il fuoco comares e compares novos ripetono preghiere e formule, in spirito di pace e lietezza del cuore.

I fuochi di San Giovanni ci sono nelle novelle e romanzi di Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura. Molto somigliano a quelli di Selma Lagerlöf (20 novembre 1858-16 marzo 1940), scrittrice svedese, che il Nobel per la letteratura lo ottenne nel 1909. Selma Lagerlöf era una dei 250 invitati al banchetto che il re diede in onore della Deledda, a Stoccolma, il 10 dicembre 1927. Molti luoghi e personaggi nelle narrazioni delle due scrittrici ruotano intorno ai fuochi di San Giovanni. Paesaggi ambientali e umani nelle foreste del Nord Europa e nella nostra macchia mediterranea, folletti e janas, boscaioli e craparjos de su Monte, gente di campagna e di città, devoti e superstiziosi, sani nel corpo e nella mente ma pure altri dominati dalla follia, Gösta Berling, un pastore protestante minato dall’alcol, senza più chiesa né ministero e tante altre animas di vivi e di morti che popolano luoghi di perdizione ma pure santuari. Tutti sanno e tutti partecipano ai fuochi del solstizio.

Il mondo di Selma Lagerlöf e altri narratori scandinavi lo ritroviamo nei film di Ingmar Bergman e del suo maestro Victor Sjöström. Il contesto deleddiano che è lo stesso di Salvatore Cambosu, Giuseppe Dessì, Maria Giacobbe, Michelangelo Pira e altri nostri significativi autori, lo ritroviamo, sintesi e summa, nei cinque libri di tradizioni popolari, contos e raccolte di poesie di Monsignor Raimondo Calvisi, ora rieditati da Carlo Delfino per cura del compianto Diego Casu e di chi scrive.

In questi libri ci sono pagine che raccontano in stile cronachistico i preparativi, il farsi e i continuo accorrere di gente in vie, slarghi, piazze e guruttos, in questo o quel vicinato, in paese, qualche volta in campu, in aie e stazzi dove vengono allestite sas ‘ochinas. Si dice di Anna Rita Pilisa, «trattatora», che non aveva saputo tacere con la sua «comare di San Giovanni», Coanna Lana – c’è di mezzo una richiesta di matrimonio – dimenticando che costei aveva cinque figlie da maritare e che la loro giovinezza appassiva senza che nessuno si presentasse a chiederne la mano. In un altro racconto i fuochi sono nominati per il rito de s’affumentu: «Mentre recitava, composta e solenne, le “parole”, Pasca mise sopra una tegola non ancora usata frammenti di ossa, lacrime di cera pasquale, grani d’incenso, foglie di palma benedetta, fiori secchi colti il giorno di San Giovanni».

Dae sas ‘ochinas a un significativo fatto storico. A Santu Juanne de s’Ena, San Giovanni, chiesa campestre costruita intorno al 1628 nell’altipiano omonimo tra Bitti e Buddusò, il 5 dicembre 1887 furono giurate solenni paci tra Bitti e Orune dopo una guerra civile per la proprietà di terre a confine costata quasi quaranta morti in pochi anni. Le paci non durarono. La lapide che ne suggellava la sacralità fu quasi subito infranta e la guerra riprese feroce. Eppure la festa delle paci, 2000 persone, ne scrive anche Grazia Deledda nel romanzo Colombi e sparvieri, fu un banchetto omerico, consumato in fratellanza, in spirito di folla che si aduna intorno al fuoco votivo. 

I fuochi di San Giovanni continuano a essere accesi ancora oggi, fenomeno globale, in intento di pace. La contraddizione è che prende il sopravvento l’infrazione di questa pace, la violazione di tutte le paci. A prevalere è la guerra. 

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