Dati societari
L’Ortobene
Piazza Vittorio Emanuele 8
08100 Nuoro
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Autorizzazione del Tribunale
di Nuoro n. 35/2017 V.G.
CRON. 107/2017 del 27/01/2017
C.F. 93003930919
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Direttore Responsabile:
Francesco Mariani
Canticu, cantico, sta per canto, in tutte le sue gamme di significato, a voce sola e come coro. Torna sempre come memoria dell’infanzia e delle sue favole. Il coro si formava di quei tempi, passato metà giugno e avvicinandosi la festa del 29 dedicata a San Pietro e Paolo. Era una canzone che chi sa perché ritenevo fosse conosciuta da molti, pubblicata allora in uno di quei libretti con la copertina grigia, per gli aspiranti, così erano chiamati i ragazzi dell’Azione Cattolica nell’età di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza. Il coro si levava all’ora del catechismo nella sagrestia di Santu Mikelli, al centro del paese, poi perfezionato nella funzione serale a Santu Jogli, dopo il Tantum ergo. Il canto capitava di sentirlo anche a casa, da tzia Rukitedda, fervente cattolica, che da giovane aveva imparato a fare la cuoca dalle suore dell’asilo. Era un cantico che destava emozioni per il ritmo insieme solenne e veloce, andante con brio. Ricordo la prima strofa: «La nave di Pietro sull’onda, t’acclama sovrano nocchiero, t’appare d’ulivo una fronda, sul sacro vessillo brillar. Festevole risuona, un cantico d’amor, che Padre t’incorona, angelico pastor». Interpretavamo a braccio, specie quel «Padre t’incorona». C’era chi diceva: «Est su Papa». Altri correggeva: «Nono chi ti ses irbaglianne. Est Deus, il Padre grande, Babbu Mannu». Impossibile chiederlo al teologo Respano, il parroco, che già dall’inizio della funzione aveva fatto una predica di minimo mezz’ora, proprio tutto l’iter di In exitu Israel de Aegypto.
Ci rivolgevamo allora, per dirimere la controversia, forse a don Baciccia, don Mulas di Fonni, forse a don Cugusi di Oliena, entrambi viceparroci. Rispondevano ora l’uno, ora l’altro, dicendo che andavano bene tutte le interpretazioni: La nave di Pietro sull’onda era opera del Santo Padre, così chiamavano Pio XII, Papa Eugenio Pacelli. E basta. Una volta, Fedele Ghisu, tra i più grandi di noi, tipo impertinente, sempre in giro con una morrocula pronta a puddare, spaccare quella degli altri, disse che era impossibile che Pacelli potesse aver scritto la canzone della nave di Pietro. Fedele si basava sul fatto che c’era un maestro di Onanì che ogni tanto veniva a far supplenza a scuola ed era conosciuto come Pacelli, il nome vero non si sapeva.
Finito giugno sfumava il coro della Nave di Pietro ma restava imperituro il cantico dei cantici dell’Azione Cattolica, quello che risuonava festevole e solenne in tutte le gite, dentro affollati postales di chierichetti e assistenti, parroci e viceparroci, seminaristi, chierici e diaconi, diretti a Monte Gonare, a Mamoiada, ai Martiri di Fonni, al Monte per antonomasia, l’Ortobene con in cima l’enorme statua del Redentore. Era il canto Bianco Padre e lo cantavamo per intero, a volte, dipendeva dalla lunghezza del viaggio, lo ripetevamo senza stancarci. Era un canto capace di far concordare le voci di noi bittesi con i coetanei di Orune che erano saliti sul pullman con il loro inconfondibile Per Deu e per santos. Nel coro c’erano anche le voci femminili delle catechiste, tzia Juanna Poiu, Juanna Rosa ‘e Paleddu, Rosina Coccu, Torinedda ‘e Quartinu, Giovanna Canu, Michellina ‘e Tzinuariu, e altre.
Bianco Padre continuava e riprendeva ancor prima della cantoniera di Sant’Efisio e aumentava di solennità e di forza, voci da coro da stadio, quando, oltrepassata la cantoniera di Lardine, iniziava ad apparire Nuoro in orizzonte, come emergente dalla nebbia anche se si era in piena estate.
«Qual falange di Cristo Redentore, la gioventù Cattolica è in cammino, la sua forza è lo spirito divino, origine di sempre nuovo ardore, ed ogni cuore affronta il suo destino, votato al sacrificio ed all’amor. Bianco Padre che da Roma, ci sei meta, luce e guida, in ciascun di noi confida, su noi tutti puoi contar. Siamo arditi della fede, siamo araldi della Croce, al tuo cenno, alla tua voce, un esercito all’altar. Balde e salde s’allineano le schiere, che la gran madre dal suo sen disserra, la più santa famiglia della terra, eleva in alto i cuori e le bandiere, ed ogni figlio è pronto alla guerra, votato al sacrificio ed all’amor».
Parole più di guerra che di pace. Né la cosa dovrebbe meravigliare considerato che l’autore di Bianco Padre è Mario Ruccione (Palermo, 18 ottobre 1911 – Roma, 15 gennaio 1969), lo stesso di Faccetta nera e altre canzoni fasciste, esaltanti il regime, le guerre coloniali, tutto quanto di conquista e di ingiustizia la dittatura di Mussolini è costata. Noi però interpretavamo Bianco Padre senza ancora sapere la storia e le storie che avremmo appreso da grandi. Neppure improntavamo ad antifascismo, allora, nel passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, quanto di Qual falange rendevamo goliardico: «Qual falange di Cristo Redentore, la gioventù alcolica è in cammino, la sua forza è lo spirito del vino» eccetera.
Ricordo, nel segno di Bianco Padre, una delle prime ridiscese dalla cima dell’Ortobene, nei precordi e negli occhi della mente l’imponente statua di Vincenzo Jerace che tiene sotto scacco la faccia irridente di Lutzeddu. Quel Redentore ci appariva come Deus potente eppure non temuto.
Nuoro passava allora dallo status di paesone a città, iniziava alla cantoniera vicino alla stazione ferroviaria e finiva un poco oltre la cattedrale. A noi, da quell’altura, sembrava già una metropoli.