24 Aprile 2026
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Come una occasione – per dirla con il poeta Montale – può trasformarsi in ricerca artistica e testimonianza civile: è il caso delle fotografie di Monica Biancardi, al Man di Nuoro dal 24 aprile al 13 giugno in una esposizione dal titolo Il capitale che cresce. L’occasione è un primo incontro con due gemelle di appena due anni, Saleha e Sarah, conosciute dall’artista in uno dei suoi viaggi in Palestina, nel 2009. Siamo nel deserto a sud est di Hebron, presso una comunità beduina culturalmente nomade ma che vive il paradosso della stanzialità a causa della presenza sempre più invasiva di coloni israeliani.
I viaggi di Biancardi in Palestina si susseguono, e per caso (ma forse no) l’artista si ritrova nel 2012 nello stesso villaggio dove rincontra le gemelline e la loro famiglia. Chiede al padre di ritrarle nuovamente. Al rientro in Italia decide di seguirne la crescita e ritorna ogni anno, fino al 2019. Le immagini, nella purezza del bianco e nero, restituiscono anno dopo anno uno sguardo profondo, raccontando la trasformazione delle piccole in adolescenti, come testimonia la scelta dell’abbigliamento all’occidentale. Il Covid rappresenta una cesura, oltre che nel lavoro anche nella condizione del villaggio e della famiglia delle ragazze. Quando nel 2022 l’artista riuscirà a ritornare le troverà già donne, nell’abito tradizionale, con uno sguardo più serioso e forse rassegnato, freddo, come se il loro sogno si fosse spento. Il padre, venuta meno la promessa di farle studiare, le aveva promesse in sposa.
Il capitale che cresce è allora il valore di queste donne in una società patriarcale e il ruolo che è loro imposto. Ma non solo. C’è anche il tema del vivere sotto occupazione. E qui ecco il negativo, per utilizzare il linguaggio della fotografia, ma anche l’etimo stesso della parola in greco: scrivere con la luce. Così nascono le mappe che accompagnano in parallelo le undici fotografie delle gemelle. Si tratta di sette incisioni su plexiglass che raccontano la progressiva dissoluzione del territorio palestinese dal 1917 a oggi. L’ultimo quadro è volutamente bianco, con una matita appesa alla cornice. Non sappiamo ancora i confini che verranno fuori a seconda di quale mano si arroghi il diritto di disegnarli.
L’esposizione è arricchita da altre foto del villaggio e della sua comunità, del deserto, e da un video del viaggio da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen, tra muri, filo spinato e checkpoint israeliani.
A rendere più accettabile una realtà talmente complessa e dolorosa è il livello del sogno, il terzo che compone la mostra. Sono esposti i disegni dei bambini della comunità: con la fantasia rappresentano il mare che, pur vicinissimo, non possono raggiungere.
In questa apparente semplicità si snoda una molteplicità di temi, dalla “microstoria” – come scrive Chiara Gatti, la direttrice del Man che cura la mostra – a «un paesaggio più ampio, ad intrecciare etnologia e società, per restituirci una geografia più complessa, un contesto politico».
Il colloquio tra Biancardi e Eyal Wizman, che impreziosisce il catalogo edito dal Man con interlinea, contribuisce a chiarire il senso di questo progetto vincitore del bando Pac promosso dal Ministero della Cultura.
Cosa resta alla fine uscendo dalla sala del museo? Un bisogno, che Monica Biancardi esprime perfettamente e che Alessandro Bergonzoni ha richiamato nel suo ultimo spettacolo teatrale portato a Dorgali proprio nei giorni scorsi. Il bisogno di immedesimarsi, che è il passaggio nell’altro, nel sovraumano. Per non restare semplici spettatori della Storia.
Nelle sale del Man è ancora in corso l’esposizione La divina luce. Pellizza e Ballero (approfondisci)
