«Il potere e il suo utilizzo per sottomettere gli altri è sempre un tradimento del bene comune. Arraffare posti guida, cercare riconoscimenti e privilegi, chiedere di arrivare prima degli altri, soverchiare senza scrupoli, aggiustare tutto a proprio vantaggio, non fa crescere, né salvare e né risorgere le nostre comunità… Permettetemi di dire quanto sia sempre indecoroso assistere allo spettacolo di coloro che, per vantaggio personale, sono sempre disponibili a cambiare casacca in ogni campo – indecoroso anche nel campo ecclesiale, perché anche noi rischiamo di essere burocrati di Dio –, così come vedere la disinvoltura con la quale prima si è avversari degli altri e poi si diventa complici, naturalmente quando l’aria che tira inizia a cambiare».

Le parole del Vescovo Antonello, durante l’omelia nella messa per il Redentore, dentro una meditazione coinvolgente sul passo evangelico di Marco, hanno dato voce a temi che su LOrtobene, e non solo, sono di grande rilievo. Sarebbe però riduttivo dare a queste preziose riflessioni una dimensione personalistica, una conta degli indecorosi: alla base vi è un sistema che bisogna conoscere per contrastarlo, per riscoprire un sentire evangelico.

Il cambio di casacca, tanto frequente oggi, era cosa rara ai tempi della Dc, Pci, Psi ecc, ossia quando esistevano dei partiti. Nella Dc si cambiava passando da una corrente all’altra ma non partito. Anche nel Pci c’erano diverse anime politiche e ci sono state diverse scissioni ma l’area di riferimento restava la stessa. Sicuramente, anche allora, c’erano in ballo interessi personali ma a prevalere su di essi era il partito, l’adesione politica e culturale, il noi prima dell’io.

Con l’avvento del sistema maggioritario, con la magistratura che ha ridisegnato il quadro politico, con la prevedibile impronta leaderistica che ha trasformato i partiti in comitati elettorali, è finito il tempo del “noi” per far posto all’individualismo più esasperato, all’egomania espansa. Orbene, la democrazia non è un sacco di fagioli né un insieme di “monadi” (Gottfried Wilhelm Leibniz), ossia individualità isolate, senza finestre, incapaci di comunicare davvero tra loro, ripiegate sul proprio interesse privato. Le elezioni non possono ridursi alla conta dei fagioli in un sacco, di individualità senza soggetto. La democrazia non può esistere senza comunità, legame sociale, relazioni, dialogo, riconoscimento reciproco. Ha bisogno di corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni), di una base etica e morale, del senso del bene comune, di persone soggetto d’iniziativa e non semplice strumento, di sacrificio. Se mancano queste premesse resta l’interesse individualistico, dove il cambiare casacca diventa, prima ancora che una scelta, una necessità: dove, sotto vesti profumate vige la regola del mors tua vita mea, «dell’arraffare posti guida».

La democrazia rappresentativa, il potere del popolo, esprime l’identità del popolo stesso. Sarebbe interessante definire oggi chi sia il popolo italiano o sardo. Va bene la cucina, il folklore, il vestire, la fisionomia facciale come tratti distintivi ma è troppo poco. Quando il popolo diventa evanescente la politica segue a ruota e viceversa. In Italia, ma anche in Occidente, si registra un vistoso declino della partecipazione politica, uno svuotarsi delle grandi organizzazioni di massa, una crescente sfiducia (se non astio) nei confronti della classe politica e delle istituzioni democratiche (magistratura compresa). Domanda: cambiare più volte casacca al giorno è davvero democrazia? Forse no.