Ecco l’Agnello di Dio
Commento al Vangelo di domenica 18 gennaio 2026 - II Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
di Antonio Nicola Rubanu e Giovanni Sanna
Agostino Pegrassi, San Giovanni Battista indica Cristo alle turbe, chiesa della decollazione di San Giovanni Battista, Verona
3' di lettura
17 Gennaio 2026

All’inizio del Tempo Ordinario, proprio in questa II Domenica, la Liturgia ci propone un brano che da un lato rimane sul mistero del Natale celebrato nelle ultime settimane, dall’altro abbraccia un nuovo periodo che si prepara ad iniziare. Il protagonista, o il co-protagonista, anche stavolta risulta Giovanni Battista, il quale presenta Gesù alle folle, definendolo «Agnello di Dio» e “manifestando” il volere di Dio al popolo presente: oggi vale la pena soffermarsi su quest’espressione ripetuta quotidianamente nelle celebrazioni eucaristiche. Bisogna affermare innanzitutto che in quel tempo vi era una sottile correlazione, se non confusione, tra i termini «agnello» e «servo»; ciò appunto è evidenziato anche dalla Prima Lettura odierna, in cui il Profeta Isaia parla di questo misterioso «servo» del Signore, inviato a portare la salvezza a tutte le genti. Gesù è rivelato allora come l’«Agnello-servo» di Dio, e con lui è mostrata anche l’opera di salvezza del Padre: salvezza aperta a tutti gli uomini (e il Natale ce l’ha ricordato), che si estende ad ogni angolo del mondo, e in ogni tempo. Cosa fa, cosa compie quest’Agnello? «Toglie il peccato del mondo», estirpa il male del mondo, o meglio, dell’umanità. Gesù toglie, o, come talvolta viene tradotto, prende su di sé i peccati del mondo, quindi anche i miei. A differenza dell’uomo, anche del più buono sulla terra, Gesù fa in modo che la persona non dia peso al peccato, ma pensi più all’occasione di amore ricevuto. Egli è venuto per portare la pace, l’amore tra i popoli, anche nell’anno appena iniziato. Ma ciò può compiersi solo se si fa spazio a quella scintilla di bene dentro il cuore dell’uomo; ancora, ciò può avvenire solo se si fa spazio a Dio nella vita. Più precisamente: l’evangelista parla qui di «peccato» del mondo, ossia il rifiuto di Dio, il rispondere in modo positivo ad una logica che lo esclude e che porta a pensare che da soli ci salviamo e troviamo la vera pace.

Un particolare di quest’espressione, che potrebbe sfuggire a molti, è che il Battista ancora una volta non indica sé stesso, ma il Figlio di Dio; Egli, predicatore e con un gran numero di seguaci, guarda a Lui e invita gli altri a fare altrettanto: atteggiamento non semplice e non scontato, se si guarda l’“autoapprovazione” che sempre più avanza nella società. A tal proposito, Papa Francesco disse: «Umanamente si potrebbe pensare che gli venga riconosciuto un “premio”, un posto di rilievo nella vita pubblica di Gesù. Invece no. Giovanni, compiuta la sua missione, sa farsi da parte, si ritira dalla scena per fare posto a Gesù. Da profeta diventa discepolo. Ha predicato al popolo, ha raccolto dei discepoli e li ha formati per molto tempo. Eppure non lega nessuno a sé. Possiamo dire: apre la porta e se ne va».

È questo che compie il Battista, ma che ancor più fa Gesù: venendo nel mondo offre a noi la libertà di credere in Lui e di vivere nell’amore.


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