Esperienze di “ordinaria trasfigurazione”
Commento al Vangelo di domenica 1 marzo 2026 - II Domenica di Quaresima - Anno A
di Alessandro Mesina
Tiziano, Trasfigurazione (1569), chiesa del Santissimo Salvatore, Venezia
4' di lettura
28 Febbraio 2026

In questa domenica il Vangelo ci mette davanti il quadro vivido della Trasfigurazione. Gesù, dopo aver preso in disparte sul monte Pietro, Giacomo e Giovanni, si mostra loro nella pienezza visibile della sua divinità: bello, luminoso, sfolgorante di luce e avvolto in delle vesti bianchissime. Di fronte a questa visione, chi non avrebbe esclamato, come Pietro: «È bello per noi essere qui» (Mt 17,4)?

In fondo, i tre apostoli fanno l’esperienza che ogni uomo desidera nel profondo: vedere la bellezza, sperimentarla e goderne come attingendo da una fonte inesauribile. Avrebbero forse voluto accontentarsi di quella visione, godendone senza impegno per l’eternità. Tuttavia, Dio ha per loro altri piani: una nube li avvolge, e da essa risuona la voce del Padre, che li invita ad ascoltare Gesù, il Figlio amato. In ambito biblico, ascoltare Dio significa conoscerlo, tendere a lui, fino ad assimilarne profondamente le caratteristiche. Non sono lì solo per contemplare, bensì per ascoltare.

L’entusiasmo iniziale cede il posto alla paura, ed è qui che Gesù stesso, finalmente, si avvicina ai discepoli per incoraggiarli: «Alzatevi e non temete» (Mt 17,7). Spronati dalle parole del Maestro, risollevano il capo: la visione è svanita, e di essa rimane Gesù solo. 

L’esperienza dei tre apostoli non è fine a sé stessa, ed è lo stesso Gesù ad ammonirli di non rivelarla finché non sarà risorto dai morti. Gli apostoli, infatti, dovranno custodirla nel loro cuore, perché passi attraverso lo smarrimento della Passione e morte del Maestro, e ritrovi forza alla vista del Risorto. Corroborata dal mistero pasquale, sarà posta tra le esperienze fondanti della Chiesa nascente (cfr 2Pt 1,18).

L’episodio della Trasfigurazione è emblematico dell’esperienza di vita del credente, che porta in sé luci sfolgoranti e nubi dense, dubbi e certezze. Anche per noi, come per gli apostoli, non basta aver seguito Gesù nella chiamata iniziale; la nostra conversione, per essere autentica, ha bisogno di un continuo e profondo rinnovamento.

Gesù, dopo la luce della Trasfigurazione, torna a mostrarsi in un certo senso “quello di sempre”; così facendo, ci mostra che la vera sfida del credente è riconoscere quella stessa luce anche oltre le grandi esperienze di conversione. La vera bellezza di Dio si nasconde spesso sotto il velo della quotidianità, e va sperimentata dentro l’ordinarietà delle nostre vite: nelle relazioni, nella preghiera, nello studio, nel lavoro, persino nelle fatiche e nelle prove.

In questa tappa del cammino verso la Pasqua siamo invitati a seguire un Gesù concreto e vivo, che si mostra attraverso il volto delle persone che incontriamo ogni giorno, per riconoscere in ogni uomo l’immagine di Dio, nascosta ma non per questo preclusa ai nostri occhi.

San Josemaria Escrivà descrive bene tale esperienza di “ordinaria trasfigurazione”, interrogandoci con queste parole: «Non ti rallegri, se scopri, nel tuo percorso abituale per le vie della città, un altro Tabernacolo?» (Cammino, 270).

Se saremo capaci di custodire nel cuore l’immagine sfolgorante di Gesù, noi stessi ne verremo illuminati (cfr Sal 34,6). In questo modo, la Trasfigurazione non può che compiersi nella nostra vita, non come un fatto privato e isolato, ma come occasione favorevole di salvezza, perché si estenda a tutti gli uomini e al mondo intero. In questo modo, oggi come duemila anni fa, si perpetua la missione di Cristo nel mondo, la nostra stessa missione: ciò che noi chiamiamo evangelizzazione.


  • Ascolta il podcast

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--