La strada della compassione
Commento al Vangelo di domenica 13 luglio 2025 - XV Domenica del Tempo ordinario - Anno C
di Federico Bandinu
Eugène Delacroix, Il buon Samaritano (1849)
4' di lettura
12 Luglio 2025

Nel Vangelo di questa domenica Gesù è interrogato da un dottore della legge con la chiara intenzione di metterlo alla prova. La sapienza rabbinica riconosce in questo atteggiamento un rigurgito satanico che non cerca l’accoglienza dell’altro ma, con superbia, divide e giudica in modo pretestuoso. Tuttavia, come sappiamo dall’evento pasquale, Cristo ha vinto satana e con lui la divisione e attraverso il Suo giudizio regnerà la misericordia e la Pace. Gesù con tenerezza si abbassa alla domanda dell’esperto biblista offrendogli l’opportunità di mettersi in gioco e di poter far sfoggio della sua conoscenza. Per lui la conoscenza della legge era come i cinque pani e i due pesci di domenica scorsa: il poco che aveva. Dice bene affermando il comandamento dell’amore a Dio (Dt 6,5) e al prossimo (Lv 19,18). Gesù attesta la verità delle scritture espresse da quell’uomo. Egli centra il nucleo dell’insegnamento della Torah: «Tutto questo insegnamento è tenuto alto tramite due comandamenti, come per mezzo di due ali, cioè l’amore di Dio e dell’umanità» (Efrem il Siro). Ma l’uomo incalza, non contento del risultato ottenuto: «E chi è il mio prossimo?». A questo punto Gesù racconta la parabola del buon samaritano. C’è un uomo che viene derubato nella discesa da Gerusalemme a Gerico, che figurativamente rappresenta il cammino che dalla città santa porta alla città maledetta. È un uomo che si sta allontanando da Dio. Davanti a lui passano un sacerdote e un levita che salivano per il culto a Gerusalemme. Essi non si immischiano con questo malcapitato perché per le severissime leggi rituali ebraiche non potevano contaminarsi con il sangue di un morente o di un morto pena dover adempiere a lunghi riti di purificazione prima del servizio rituale. La prescrizione afferma che «un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela, se non per un suo parente stretto, cioè per sua madre, suo padre, suo figlio, sua figlia, suo fratello e sua sorella» (Lv 21,1-3). Gesù con una finezza teologica propria solo di chi è «Sapienza di Dio» (Lc 11,49) afferma che siamo tutti fratelli figli dell’unico Padre (FT 1). Anche il mal capitato che non conosco o straniero (come il Samaritano) è mio fratello perché con me partecipa della cura e dell’attenzione misericordiosa di Dio Padre. «Noi siamo il prossimo, tutti gli uomini a tutti gli uomini, perché abbiamo un solo Padre» (Girolamo). La domanda posta all’inizio dal dottore della legge conteneva in sé questa soluzione. Infatti la vita eterna è qualcosa da ereditare e l’eredità si riceve dal Padre. «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,15-17). Partecipare ai patimenti: con-patire. Gesù illumina con la Sua Parola e i Suoi gesti la strada della compassione: patire insieme a colui che soffre perché in Lui è presente Cristo (Mt 25 31-46). Partecipare alla vita di Cristo significa riconoscere la paternità universale di Dio che, in Cristo, è presente «tutto in tutti» (1Cor 15,28) per essere amato e rispettato come prescrive la legge antica, che non è abolita (Mt 5,17). Non sappiamo se il dottore della legge si sia convertito ma a noi e a lui Gesù dice: «Va e anche tu fa così».

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