«Libertà va cercando…»
Il mosaico della libertà si compone di diverse tessere spirituali, politiche e interiori. riflessioni critiche a partire dal passo dantesco.
di IV C Liceo Classico Nuoro
Filippo Rizzi, Dante, Catone e Virgilio, corredo illustrativo dell’edizione di Antonio Zatta della Divina Commedia, datata 1757-1758
11' di lettura
5 Luglio 2026

La libertà è uno dei concetti più profondi e affascinanti che la filosofia, la letteratura e il pensiero politico abbiano mai affrontato, da sempre al centro della riflessione umana, sia in senso negativo (essere liberi da qualcosa, cioè privi di impedimenti esterni) sia in senso positivo (essere liberi di fare qualcosa, cioè avere la capacità concreta di autodeterminarsi). Questa distinzione, resa celebre dal filosofo Isaiah Berlin, attraversa tutta la storia del pensiero occidentale. Le riflessioni seguenti intendono proporre altrettante osservazioni attraverso lo sguardo di diverse prospettive, al fine di rendere la ricchezza e la complessità di un tema che non può non sollecitare le nostre coscienze. A partire dal celebre verso dantesco Libertà va cercando, ch’è sì cara, la serie di considerazioni proposta vuole essere uno spunto per ulteriori riflessioni critiche.

Nel poeta Guido Guinizelli la libertà si manifesta nella capacità di amare oltre ogni convenzione, trasformando l’amore in un’esperienza interiore, autentica, libera da imposizioni sociali e guidata unicamente dalla nobiltà dell’animo. Dante incarna una libertà profonda e coraggiosa: quella di esprimersi in volgare, uscire dai consueti schemi linguistici e di affrontare senza timore le grandi domande dell’esistenza, dimostrando che la libertà è anche il diritto di dare voce al proprio pensiero, oltre che alla propria fede. Scrive nel primo canto del Purgatorio: «Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». In queste parole risiede il fondamento etico di ogni società civile. Come suggerisce il celebre verso dantesco, la libertà non si “possiede”, ma si “va cercando”. Questa ricerca non è un vagabondare senza meta, ma un impegno civico e individuale che definisce la nostra stessa natura di esseri umani e di cittadini. Il viaggio verso la libertà inizia dal riconoscimento del suo valore assoluto, un valore che spesso diamo per scontato perché non abbiamo dovuto lottare per ottenerlo. Dante ci ricorda che la libertà non è un bene secondario: è la condizione essenziale della dignità umana, al punto che perderla può rendere la vita stessa priva di senso. Per un cittadino moderno, questo significa comprendere che i diritti di cui godiamo oggi sono il frutto del sacrificio di chi ha “rifiutato” la propria sicurezza per un ideale superiore. La libertà è “cara” perché costa fatica, vigilanza e, a volte, coraggio. Tuttavia, la ricerca della libertà non si esaurisce nel gesto eroico. Essa deve tradursi in una pratica quotidiana, specialmente quando le minacce si fanno meno visibili, come nel caso delle dittature o delle manipolazioni del pensiero. Il poeta francese Paul Éluard, durante gli anni bui dell’occupazione nazista, compose un inno alla resistenza che recita: “Su ogni sentiero risvegliato, Su ogni strada spiegata, Su ogni piazza che trabocca scrivo il tuo nome: Libertà.” Commentare questi versi in chiave civile significa capire che la libertà deve abitare ogni spazio pubblico: le scuole, le piazze, i giornali, le strade. Non può essere confinata nel privato. Cercare la libertà significa “scrivere il suo nome” ovunque, ovvero praticare la trasparenza, il dissenso costruttivo e la testimonianza. Se smettiamo di nominarla e di pretenderla nei luoghi della nostra quotidianità, essa svanisce, lasciando spazio all’indifferenza. Ma c’è un rischio: confondere la libertà con l’egoismo, con il “faccio ciò che voglio senza limiti”. Nell’opera “Aminta” di Torquato Tasso il celebre principio del «s’ei piace, ei lice» richiama il mito classico dell’Età dell’Oro, immaginata come un tempo libero da leggi e costrizioni, in cui il desiderio coincide spontaneamente con ciò che è lecito. La libertà fondata sul piacere appare affascinante e insieme ambigua, anche perché riflette il conflitto tra desiderio e ragione tipico della sensibilità tassiana. L’idea di un’esistenza senza leggi e senza limiti seduce l’uomo con la promessa di una felicità spontanea e naturale; tuttavia Tasso lascia intuire che l’abbandono totale agli istinti rischia di trasformarsi in una nuova forma di schiavitù. Dietro il principio del «s’ei piace, ei lice» si avverte infatti una tensione irrisolta: la libertà assoluta del desiderio può trasformarsi in smarrimento, perché l’uomo privo di misura rischia di non sapere più distinguere il bene dal male, in nome di una libertà sfrenata e dannosa. L’uomo crede di essere pienamente libero quando segue ogni desiderio, ma finisce spesso per perdere il controllo di sé. Qui interviene la riflessione di Khalil Gibran, che ne “Il Profeta” ci avverte: “Potrete essere liberi solo quando anche il desiderio di ricercare la libertà diventerà per voi una briglia, e quando smetterete di parlare della libertà come di una meta e di un fine.” Gibran ci offre una lezione di educazione civica profonda: la vera libertà è uno stato interiore di consapevolezza. Se cerchiamo la libertà solo per sfuggire alle regole o ai doveri verso gli altri, stiamo solo cambiando padrone, diventando schiavi dei nostri capricci.

Con Vittorio Alfieri la libertà diventa energia titanica e ribellione contro ogni tirannide. Le sue tragedie esaltano individui eccezionali che preferiscono la morte alla sottomissione. In opere come Saul emerge una volontà estrema, quasi eroica, che fa della libertà un’affermazione assoluta dell’io. Alfieri interpreta lo spirito preromantico: l’uomo libero è colui che lotta contro il potere e contro ogni forma di oppressione. Vittorio Alfieri rappresenta nella letteratura italiana l’idea di una libertà assoluta e combattiva. Nelle sue tragedie gli eroi vivono un conflitto continuo contro il potere e contro ogni forma di tirannide. Per Alfieri la libertà non è solo un diritto politico, ma una forza interiore che spinge l’uomo ad affermare sé stesso anche a costo della solitudine o della morte.

Per Ugo Foscolo la libertà si rifugia nella memoria: nel ricordo che resiste al tempo e alla morte, permettendo all’uomo di custodire affetti e valori oltre i limiti della vita. La vera libertà non è sfuggire al tempo, ma lasciare qualcosa che il tempo non possa distruggere. La vera libertà non coincide con una condizione politica o materiale, ma con qualcosa di più profondo e fragile: la possibilità di sopravvivere al tempo. Foscolo, costretto all’esilio e privato della sua patria, sperimenta sulla propria pelle l’assenza di una libertà concreta, perché libertà significa anche potersi riconoscere nei luoghi che ti appartengono e che ti hanno dato la vita. Eppure, proprio in questa mancanza, scopre una forma di libertà più intensa, interiore, che nessuno può togliergli. Attraverso il ricordo ha inizio un percorso travagliato, ma intenso, fatto di anelli congiunti che condurranno a prodigiose altezze, alla ricerca di una celeste corrispondenza ad amorosi sensi. Questa libertà si manifesta nella memoria, nei suoi versi, nella nostalgia di ricordare, atto potente, quasi ribelle: ricordare significa opporsi all’oblio, impedire che ciò che è stato venga cancellato per sempre. È per questo che, nei “Sepolcri”, la tomba non rappresenta solo la morte, ma diventa simbolo di continuità, un legame invisibile tra chi non c’è più e chi resta. Foscolo ci insegna che si è liberi quando si lascia un segno, quando si riesce a vivere oltre la propria esistenza attraverso gli affetti, i valori, le parole. La libertà, allora, non è fuga dalla fine, ma consapevolezza di essa: è accettare che tutto finisca e nel contempo credere che qualcosa possa comunque rimanere. La memoria sarà l’unica vera forma di eternità concessa all’uomo. Finché qualcuno ci ricorda, non siamo davvero scomparsi. È qui che si nasconde la libertà più autentica: non nel vivere per sempre, ma nel non essere dimenticati. Anche quando tutto ti viene sottratto, resta la libertà di sentire e ricordare, ricordare ciò che ha lasciato in me il profumo della presenza, le parole della vita, i risvegli nell’ombra, una lunga croce appesa alla parete. Come una foglia al vento, la libertà trasforma giorno dopo giorno permettendo alla morte di divorare quel buio che ci attende, ma non ciò che abbiamo vissuto, non i legami che abbiamo costruito. Ed è proprio in quei legami, fili invisibili custoditi nella memoria, che si compie la nostra libertà più autentica.

«Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri». Le parole di Oscar Wilde indicano come l’autore reagisce a una società che tende a imporre modelli, regole morali e comportamenti standardizzati. Quando una persona è costretta ad adeguarsi a ciò che gli altri considerano “normale”, perde la propria essenza. In questo senso, la libertà non è solo assenza di catene fisiche o politiche, ma soprattutto libertà interiore: la possibilità di essere sé stessi senza maschere. Non è la somiglianza in sé il problema — è inevitabile condividere tratti culturali o sociali — ma l’imposizione. Quando l’omologazione diventa obbligo, si trasforma in una forma sottile di oppressione, diventa una prigione. Wilde suggerisce che l’individuo, per essere davvero libero, deve poter esprimere la propria unicità, anche a costo di apparire diverso o andare controcorrente. La libertà quindi è connessa all’ideale dell’autenticità, cioè l’essere fedeli a ciò che si è costruendo piano piano la propria identità. Mentre la società tende a conformare, a omologare, la libertà deve rompere questi schemi per permettere all’uomo di essere sé stesso. C’è anche una dimensione quasi artistica: per Wilde, la vita stessa dovrebbe essere un’opera d’arte, e l’arte non nasce dalla copia, ma dall’originalità. Essere “simili agli altri” significa rinunciare a questa creatività esistenziale. Allo stesso tempo, la frase apre una riflessione critica: è davvero possibile essere completamente indipendenti dagli altri? In realtà, ogni individuo si forma dentro una cultura e relazioni sociali. Quindi la libertà non è isolamento totale, ma equilibrio tra appartenenza e differenza. Wilde spinge volutamente verso l’estremo per denunciare il pericolo del conformismo. È questa la direzione di “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. Il protagonista, creduto morto per errore, approfitta della situazione per sottrarsi alla propria vita e ricominciare da zero. In un primo momento questo sembra l’accesso a una libertà assoluta, in cui non c’è un passato, non ci sono vincoli e nessun ruolo sociale. Ma ben presto Mattia scopre che senza identità non esiste nemmeno esistenza concreta: essere “libero” comporta anche non essere riconosciuto, non avere un posto nel mondo. Uno degli snodi più significativi del romanzo è proprio la presa di coscienza di questa condizione paradossale: l’uomo può cambiare nome, ma non può cancellare il bisogno di una forma, di una definizione, di uno sguardo altrui che lo renda reale. Fin dall’antichità, infatti, già nel mondo greco, l’identità dell’individuo non è mai completamente autonoma, ma nasce anche dal riconoscimento della comunità: il valore di una persona dipende in larga misura da come viene vista e giudicata dagli altri. È proprio questo sguardo esterno a costruire, in parte, ciò che chiamiamo “io”, rendendo impossibile una libertà assoluta e totalmente isolata. «Io sono il fu Mattia Pascal.» In questa formula essenziale si concentra tutta l’ambiguità della libertà pirandelliana: il protagonista si definisce attraverso la propria assenza. Non è più davvero qualcuno, ma nemmeno nessuno. La libertà, invece di essere pienezza, diventa sottrazione, sospensione e perdita di consistenza.

Il mosaico della libertà si compone di diverse tessere spirituali, politiche e interiori. Studiare i grandi esponenti della letteratura non significa solo analizzare dei testi del passato, ma comprendere le radici della nostra identità di cittadini. Cercare la libertà significa, ancora oggi, avere il coraggio di scegliere, di opporsi alle ingiustizie e di costruire una società basata sul rispetto della dignità umana.


A cura degli alunni della classe IV C del Liceo Classico “G. Asproni” di Nuoro: Giulia Baltolu, Margherita Baragliu, Claudia Beccu, Rosalia Bruno, Eleonora Cottu, Sofia Cucca, Giada Deiana, Francesco Paffi, Daniele Pisanu, Mariantonia Podda, Greta Vitzizzai. 

Coordinamento didattico: Venturella Frogheri

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